LA SODDISFAZIONE

 

Vincenzo Terreni

 

Teniamocela cara perché è l’ultima cosa che rimane.  Mi riferisco alla soddisfazione di comunicare, al sentimento di pienezza e di tranquillità interiore che accompagna il nostro lavoro quando siamo convinti di svolgerlo bene.  Ed è una soddisfazione ed una convinzione tutta personale, nascosta e tenuta gelosamente nascosta, di cui non si parla mai se non con colleghi fidati diventati, proprio per queste confidenze, amici.  Fino a qualche anno fa c’era ancora la speranza che le cose nella scuola cambiassero: in molti –pur non credendo molto nella formula– si erano lasciati coinvolgere dagli Organi Collegiali, che sembravano, se non altro, un modo per uscire dall’isolamento oppressivo del lavoro individuale, svincolato dagli altri, secondo direttive proprie mai messe in discussione da nessuno e considerate irrilevanti al fine del funzionamento della scuola che era tutto basato sulla forma.  Di un docente si andavano a vedere le assenze dal lavoro e in secondo luogo le valutazioni (nel senso della bramosia selezionatrice), poi lo si lasciava in pace nel lento e tranquillo declino fisico e anagrafico sino all’età della meritata pensione, festeggiata ritualmente e in fretta con tarallucci e vino nella breve attesa che il pensionando togliesse rapidamente una presenza ormai obsoleta e imbarazzante per collocarsi nell’oblio dalla scuola e dal mondo.

 

Nell’era dei Consigli tutto è stato rimesso in discussione e niente è stato realmente cambiato: le varie componenti discutono, progettano, propongono, qualche volta impongono, ma sempre ai margini della classe che rimane chiusa, impenetrabile, senza finestre (e non solo in senso metaforico).  Nella didattica, e nel lavoro scolastico più in generale, non è cambiato proprio niente: ognuno continua a svolgere il proprio lavoro, con coscienza o senza, in modo del tutto ininfluente sul funzionamento generale che non viene valutato da nessuno se non in termini grossolanamente di facciata.  Nessuno che si ponga realmente in testa l’obiettivo della verifica a lungo termine: quanti dei maturati si sono laureati?  Con quanto?  In quali discipline?  Che corrispondenza c’è con l’insegnamento che hanno ricevuto nella scuola?  Gli altri cosa fanno?  Si è mai nessuno preso la briga di verificare il livello di formazione raggiunto e come questo abbia poi influito sul successo o l’insuccesso delle scelte future?  Certo per la scuola media esiste l’orientamento, ma parlare delle varie iniziative in campo come di una cosa seria non so se si configuri come reato penalmente perseguibile, ma certo l’incauto assertore rischia il ridicolo dalla parte del patetico.  Nessuno vuol perdere studenti e gli insegnanti più volenterosi sono sguinzagliati nelle medie dell’obbligo a far conferenze a genitori e studenti che vengono blanditi, abbacinati dalle bellezze magnificate della scuola presentata, tacendo i difetti, sminuendo la selezione spesso cieca, amplificando l’uso di laboratori spesso distrutti dall’incuria e dal luddismo di studenti stufi di non usarli ed altre ambiguità di varia natura.  

 

Spesso, per salvare un po’ la faccia, da questa propaganda degna di venditori porta a porta di saponi di pessima qualità, vengono organizzati incontri tra docenti di vari ordini di scuole per discutere insieme i criteri di lavoro, i contenuti, le valutazioni al fine di evitare difformità stridenti e palesi contrasti di obiettivi e metodi; ma le cose si fermano di solito dopo le preiscrizioni perché ormai i giochi son fatti e non c’è più bisogno di dilungarsi in inutili perdite di tempo.  Così si fa, anno dopo anno in attesa di un’improbabile riforma che cambi tutto con l'intenzione di cambiare veramente!  In questa attesa la gente s’arrangia come può, ma per lo più si tratta di operazioni di imbellettamento; il nome di una materia, i contenuti di un’altra,  qualche maxi in più e specializzazioni più moderne per fabbricare lo stesso vecchio prodotto: uno studente arlecchino, somma improbabile di conoscenze differenti.  Eppure il problema è semplice: non si tratta solo di cambiare i contenuti e la struttura di una scuola ormai insopportabile nella sua totalità, ma soprattutto di mutare l’atteggiamento nei confronti di un lavoro che, se condotto individualmente, non riuscirà mai ad essere produttivo. Non possiamo sperare di ottenere un tutto armonico per semplice somma delle parti, l’unico risultato è la falsa completezza, non certo la cultura.  Sono in atto lodevoli tentativi di far lavorare insieme gli insegnanti in modo che dal confronto nasca la collaborazione, ma spesso si confonde ancora la forma con la sostanza.

 

Alcune schede di valutazione sono un esempio illuminante: nel tentativo di far mettere a fuoco i vari aspetti su cui occorre dare un giudizio, si frazionano a tal punto le voci che in fondo si è costretti a riproporre un giudizio sintetico decimale sul quale si decidono le sorti, annullando tutta la fatica del precedente lavoro di analisi perché si può benissimo percorrere l’iter di compilazione in senso inverso: prima si dà un giudizio globale basato sui criteri di sempre (un’impressione generale dettata dell’esperienza) e poi, a ritroso si giustifica con valutazioni accomodanti specifiche.  È un trucco, ma spesso inevitabile per non cadere nel tranello delle fumoserie burocratiche, tanto l’importante è che i moduli siano compilati, poi nel merito nessuno si azzarda ad entrare.  Ed anche per il lavoro di programmazione accade la stessa cosa: imponenti dichiarazioni di principio, rievocazioni medianiche dei grandi pedagoghi, reiterati inviti alla collaborazione, elaborazione di Unità Didattiche interdisciplinari, progettazione di verifiche orizzontali, verticali e (perché no?) trasversali, griglie di valutazione sulle quali arrostire a puntino i malcapitati studenti che saranno sommersi da risme di fotocopie da riempire di crocette e astine.  Il materiale elaborato viene pubblicato su qualche rivista specializzata per la gioia del Preside e la gloria dell’Istituto e tutto finisce lì perché ognuno continua, passata la sbornia pedagogica, a lavorare come ha sempre fatto, nel chiuso uterino dell’aula anecoica.  Resta la convinzione individuale che, però, ciascuno di noi dà qualcosa agli studenti, questa sì che è soddisfazione!

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1993, 6 (2), 24.