Razzismo e Biologia

 

Marcello Buiatti

 

Quando si discute di razzismo, soprattutto in occasioni "ufficiali" (a scuola è spesso purtroppo "ufficiale" il rapporto fra docenti e studenti) si tende spesso ad analizzare una o poche delle molte forme che questo fenomeno può assumere senza entrare nel merito di alcune sue caratteristiche costanti e presenti in modo esplicito o seminconscio in tutti i casi.  Usando una definizione larga che ritengo utile, per razzismo si può intendere quella serie di processi per cui singoli o gruppi di persone vengono individuati, "marchiati" con segni distintivi, isolati in vario modo come portatori di caratteri considerati negativi.  Razzisti si può essere individualmente verso handicappati, persone che si lavano poco, individui timidi o "malati", uomini e donne che non corrispondono agli ideali correnti di bellezza, che si vestono in modo "strano", che non sono competitivi, che producono meno del previsto ecc..  Oppure il tentativo di emarginazione può essere rivolto a gruppi anche numerosi che vengono in qualche modo e per le ragioni più diverse, identificati come un "nemico".  Si possono allora colpire gli omosessuali perché sarebbero "contro natura", comunità religiose diverse dalla maggioranza perché "infedeli", i poveri o comunque quelli che non appartengono alla classe o al ceto sociale che emargina perché la commistione è "degradante", gruppi etnici perché portatori di culture diverse e partecipi contemporaneamente delle condizioni di inferiorità di cui sopra o, ancora, collettività fantasmaticamente identificate come causa dei mali più diversi che devono comunque essere attribuiti a qualcuno che non sia, ovviamente, il gruppo emarginante.

 

Il caso più evidente di questo ultimo comportamento è l’antisemitismo che infatti può essere fortissimo anche dove non ci sono praticamente più ebrei come avviene in Polonia, in Germania e, non è male ricordarlo, nel nostro amato e "tollerante" Paese.  Gli elementi comuni a tutti questi casi, pur così diversi, non sono pochi.  C’è sempre un qualche tipo di rifiuto della diversità, il desiderio di scaricare insicurezze e disagi su qualcuno facilmente aggredibile, paura dell’ignoto, voglia di dimostrare a se stessi di appartenere al gruppo più forte, quello che comanda, violenza dettata da rabbia per le cause più diverse ecc.  E c’è anche, praticamente sempre, il tentativo di trovare alibi per quello che si fa o per le inconfessabili cose che si pensano, in qualche regola al di fuori di noi, possibilmente in dogmi irrefutabili o artatamente venduti come tali.  Per questo si ricorre spesso da un lato alla religione e dall’altro alla scienza, equiparate nell’immaginario collettivo a corpus di conoscenze discendenti dal Creatore o da quel gruppo di amati-odiati scienziati.  Dell’alibi religioso (e di alibi si tratta sempre di più perché la Chiesa, anche se lentamente, tende a liberarsene) non è utile né possibile discutere perché gli atti di fede non sono discutibili per definizione.  Degli alibi scientifici invece si può e si deve parlare soprattutto per evitare che siano presi a copertura delle vere ragioni della emarginazione sulle quali non si discute mai con sufficiente sincerità ed apertura.  Ciò è invece tipico del modo di trattare questi temi nella scuola in cui si tende a condannare i comportamenti emarginanti, antisemiti, razzisti come semplicemente malvagi ed asociali senza entrare nella spregiudicata analisi delle ragioni non solo degli atti ma dei sentimenti e delle pulsioni che, se non espressi apertamente e senza paura di condanne, si traducono solo in sensi di colpa nascosti e repressi.  Questi, anche se sono naturalmente giustificati, possono facilmente tramutarsi in rabbia, ribellione e infine in violenza, l’unico vero modo di ribellarsi contro quanto non si sa, non si può, non si vuole giustificare.  Non a caso, e questo non è davvero un concetto nuovo, uno degli aspetti più comuni del razzismo è il rifiuto della discussione e l’odio, anche questo razzista, verso quei ceti intellettuali che cercano di combattere il fanatismo con la ragione.

 

Le basi biologiche del razzismo sono raggruppabili essenzialmente in quattro "teorie" (sarebbe meglio chiamarle "convinzioni dogmatiche").  La teoria dell’ereditarietà del comportamento umano, quella della "naturalità" dei comportamenti sociali, la teoria delle differenze genetiche tra le razze, la teoria della negatività della diversità (teoria della linea pura).  Nella terminologia classica una linea pura è costituita da individui che, di generazione in generazione presentano caratteri costanti.  Vediamole per ordine.  Il tentativo di attribuire le nostre caratteristiche comportamentali a fattori ereditari ha radici antiche (ne parla dettagliatamente Platone ma senz'altro il problema è precedente) ed era inizialmente soprattutto finalizzato a giustificare la struttura gerarchica della società (il figlio dell’oro è d’oro, il figlio del bronzo è di bronzo).  Più tardi, e anche nei nostri tempi, l’attribuzione ai geni di caratteristiche negative o positive del comportamento, o anche di qualità della vita (di status), ha assunto un carattere di forte alibi e giustificazione sia per chi si sente portatore di caratteri negativi sia per gli altri che giustificano così il non intervento per il miglioramento della vita dei propri simili.  È evidente infatti che se si è buoni o cattivi, tristi o felici, timidi o aggressivi, intelligenti o stupidi, poveri o ricchi, malati o sani perché ci sono "capitati" i geni relativi, sarà inutile ogni sforzo nostro o degli altri (della società) per cambiare la nostra condizione o la nostra posizione sociale.  E nel complesso l'unico modo per "migliorare" l’umanità non potrà che essere quello di emarginare ("buttare via") gli scarti selezionando invece i "migliori".  Ora, questa teoria, è del tutto falsa.

 

Le stesse nostre caratteristiche fisiche, che pure senz'altro sono fortemente influenzate dai geni, non sono comunque interamente prevedibili anche una volta che ci fosse nota la sequenza del nostro, individuale DNA.  Anche a parità di genotipo (l’insieme dei geni) si possono infatti avere fenotipi molto diversi a causa delle interazioni fra i geni e i segnali che provengono dall'ambiente che modificano l’azione dei primi facendone funzionare alcuni invece di altri e modulando quantitativamente la loro espressione.  Del resto tutti noi sappiamo anche intuitivamente che un figlio di genitori piccoli potrà diventare alto se mangerà più di loro o condurrà una vita che per ragioni dirette e indirette (i nostri processi metabolici interagiscono fortemente gli uni con gli altri) porta a produrre più ormoni della crescita, a far funzionare di più i geni che servono a far assimilare di più ecc.  Gli stessi gemelli monocoriali, che alla nascita sono praticamente indistinguibili, tenderanno poi a divergere se con storie di vita diverse.  Se questo è vero, e come si vede non servono grandi conoscenze scientifiche per capirlo, ancora più complicata è la situazione per quanto riguarda il comportamento.  Questo è infatti determinato in gran parte dal modo con cui avvengono l’immagazzinamento e la successiva utilizzazione di informazioni da parte del nostro cervello.  Il cervello è un serbatoio di informazioni di molti milioni di volte più ampio di quanto non sia il DNA, che quindi semplicemente non può contenerle tutte.  Inoltre è noto ed è stato sperimentalmente osservato in animali, che le sinapsi aumentano ed i neuroni acquistano funzionalità in seguito a stimoli, specialmente nelle prime fasi di vita.

 

E infatti, come concludeva alla fine del 1993 un numero speciale di Scientific American (Le Scienze in edizione italiana) non si è avuta ancora una dimostrazione attendibile che i caratteri comportamentali come l’intelligenza, le stesse malattie mentali ecc. abbiano una base genetica. Comunque sia, anche se ne esistesse una, è chiaro che i geni influiscono molto meno dei rapporti con gli altri esseri umani e in genere della storia delle nostre vite sul comportamento.  Se i nostri comportamenti individuali sono variabili durante la vita e dipendono da essa è ovviamente ancora più vero che, seppure esistono ovviamente comportamenti specie specifici (la stazione eretta, la capacità di parlare, lo stesso uso del cervello ecc.) le relazioni con i nostri simili sono estremamente variabili, probabilmente proprio per la enorme plasticità del nostro cervello nei confronti di quella offerta dal DNA.  Questo sfata una serie di leggende sulla naturalità di certi comportamenti come la aggressività, la competitività ecc. che si sarebbero selezionati durante l’evoluzione dell'uomo.  Prova ne sia che i comportamenti di uno stesso popolo possono cambiare bruscamente anche più volte durante una generazione, fatto questo ovviamente del tutto incompatibile con la selezione di individui con genotipi di volta in volta diversi.  In realtà si potrebbe dire che una selezione per i comportamenti collettivi nella società umana esiste ed in misura determinante, ma è una selezione del tutto culturale per cui in ogni tipo di società ci sono di volta in volta comportamenti collettivi favoriti ed altri sfavoriti in modo indiretto attraverso la comunicazione fra i componenti o anche direttamente con l'imposizione.

 

Anche qui, per comprendere questi concetti, non servono molte conoscenze scientifiche. Basti pensare ai comportamenti variabili in tempi molto più rapidi dello scorrere di generazioni necessario perché caratteri genetici nuovi si affermino, tipici delle diverse rivoluzioni culturali, per non parlare di quelle socio politiche che si sono susseguite nel nostro secolo.  Gli esseri umani quindi possono effettivamente avere comportamenti del tutto contraddittori pur avendo tutti i geni tipici della specie Homo sapiens.  Non è affatto inevitabile quindi che facciamo le guerre, che si competa ferocemente fra di noi, che si emarginino gruppi interi di persone o singoli ecc.  Possiamo, per quanto riguarda i nostri geni tranquillamente essere omosessuali ed eterosessuali, religiosi e laici, buoni e cattivi, timidi ed aggressivi ed anzi generalmente abbiamo in qualche modo tutti questi comportamenti durante la nostra vita.  È ovvio che se i geni hanno poco a che fare con il comportamento individuale e i comportamenti specie specifici sono talmente plastici da essere contraddittori, non sarà neanche possibile attribuire comportamenti caratteristici ai gruppi di persone individuabili con il termine razza.  Questo, sia per le considerazioni svolte fino ad ora, sia perché effettivamente, come si diceva, il termine razza non ha senso biologico.  A ben guardare infatti l’attribuzione ad una o ad un'altra razza di gruppi di persone viene fatta normalmente con criteri che variano di volta in volta.  Si è "negri" essenzialmente per il colore della pelle, un carattere determinato da pochissimi geni che controllano l’intensità del pigmento, del resto influenzato anche dall’ambiente.

 

Ora il patrimonio genetico degli esseri umani è costituito da qualcosa come 100.000 geni, ognuno presente in forme diverse.  Ognuna di queste forme ("alleli") si trova con una certa frequenza relativa, variabile di popolazione in popolazione.  Per esempio da noi, per quanto riguarda il colore dei capelli, i capelli neri sono più frequenti di quelli biondi, mentre in Svezia avviene l’opposto.  Nel vocabolario disciplinare dei genetisti chi ha capelli neri da noi è detto "selvatico" mentre i biondi sono "mutanti", termine che, nel suo significato scientifico proprio non ha niente di negativo né tanto meno di terrificante.  In Svezia, naturalmente, ad essere "mutanti" saranno invece i bruni.  Le due popolazioni per questo carattere quindi, non sono distinguibili in termine di presenza-assenza (tutti bruni o tutti biondi) ma di frequenze variabili.  Lo stesso avviene per tutti i 100.000 geni, tutti presenti in ogni essere umano, anche se le frequenze relative dei diversi alleli variano di popolazione in popolazione.  Due popolazioni saranno tanto più distanti geneticamente quanto più, le medie delle frequenze degli alleli dei 100.000 geni saranno complessivamente diverse.  Va aggiunto che, durante la storia complessa delle popolazioni umane, gli incroci tra individui di popolazioni diverse sono avvenuti molto frequentemente e quindi gli alleli sono stati spesso scambiati.  Ora, se esistessero le razze come entità separate dovrebbero essere costituite da gruppi di individui la cui variabilità genetica interna (fra individui della stessa razza) nei termini ora descritti sia inferiore a quella registrabile fra le razze.  Se questo tipo di studi viene fatto studiando non uno o pochi geni come nella distinzione classica fra neri e bianchi ma un campione numeroso di questi (ad esempio i gruppi sanguigni, i geni per l’istocompatibilità ecc.), si scopre che in realtà, come fa notare Lewontin nel recente libro su Biologia e ideologia, "l’85% di tutta la variabilità genetica umana nota è fra singoli individui dello stesso gruppo etnico.  Un altro 8% di tutta la variabilità è fra gruppi etnici all’interno di una "razza" (ad esempio fra islamici, irlandesi, italiani e britannici) e solo il 7% è variabile fra le medie delle razze umane maggiori come quelle dell'Africa, Asia, Europa e Oceania".

 

Allora risulta chiaro che il colore della pelle non distingue razze diverse, tanto è vero che, ad esempio, per molti caratteri noi italiani, gloriosamente classificati come bianchi, siamo più vicini agli africani che agli Svedesi.  Il colore della pelle viene invece utilizzato come "marchio" per distinguere popoli e popolazioni appartenenti ai Paesi del Sud del mondo più poveri e deboli di noi che è più facile emarginare una volta che sia stato trovato un carattere distinto ed ereditario.  Diventa infatti semplice in questo caso dire che gli individui ereditariamente "neri" sono anche ereditariamente poveri, hanno il senso del ritmo, sono sudici ecc. confondendo con i geni caratteri derivanti da tradizioni culturali o dalla stessa condizione sociale.  Tutto ciò è ancora più evidente nel caso della cosiddetta "razza" ebraica per la quale i nazisti e i nostri fascisti sono stati costretti ad inventare un tipo fisico astratto praticamente inesistente fra gli ebrei della realtà come è facilmente verificabile andando in Israele, Paese caratterizzato da una variabilità di tipi fisici paragonabile soltanto a quella degli Stati Uniti, notoriamente crogiuolo di popoli provenienti dagli angoli più lontani del globo.  A questo punto appare chiaro che il razzismo in tutte le sue forme usa i geni come alibi per operazioni di emarginazione tendenti a ridurre il numero di esseri umani a cui è concesso comandare, vivere con un alto livello di consumi ecc.  L’esigenza della riduzione del numero dei privilegiati si sta facendo fra l’altro sempre più forte mano a mano che l'innalzamento demografico costante e la riduzione delle risorse rendono sempre più difficile il mantenimento generalizzato di un tenore di vita plausibile.

 

Si inseriscono in questo contesto selezionista le cosiddette teorie che sostengono la negatività della diversità ed i vantaggi della creazione di una umanità fatta di individui il più possibile uguali geneticamente in quanto portatori di tutti i caratteri "migliori".  Va chiarito subito che queste teorie, per un breve periodo di tempo sono state seguite anche dai selezionatori di animali e piante che tendevano a creare linee pure altamente produttive ed omogenee (costituiscono una linea pura individui che di generazione in generazione danno sempre figli uguali ai genitori).  I selezionatori si sono tuttavia rapidamente accorti che l’omogeneità (tutti gli individui con gli stessi alleli) è di per se stessa negativa sia perché un genotipo migliore in un ambiente può essere peggiore in un altro, sia in quanto in generale l’eterozigosi (la presenza di alleli diversi nello stesso individuo) è sinonimo di vigoria soprattutto in organismi che normalmente si incrociano fra di loro come gli animali.  Questa è la ragione per cui nell’allevamento si utilizzano sempre più individui derivanti da incrocio fra popolazioni diverse.  Ne discende che, essendo noi uomini animali, la selezione di uomini e donne omogenei sarebbe probabilmente causa della scomparsa della nostra specie.  Si può invece affermare con tranquillità che dal punto di vista biologico essere diversi non solo non è negativo ma utile ed estremamente importante per la nostra stessa sopravvivenza.

 

Come si diceva all’inizio, i concetti che ho esposto hanno come unico scopo quello di eliminare dalle discussioni sul razzismo e, in genere sui comportamenti emarginanti, l’alibi della base genetica della natura umana, delle diversità comportamentali, delle razze, e riportarle quindi alle motivazioni reali, in gran parte di tipo ideologico e, soprattutto, socio economico.  Si potrà allora discutere concretamente, ad esempio, se la manodopera di immigrazione effettivamente toglie posti di lavoro o costituisce invece un apporto positivo di forze nuove alla nostra economia, o ancora, se debba essere comunque accettata una visione più ampia, su scala mondiale in quanto favorisce un futuro di pace e di integrazione fra i popoli, impossibile invece in una situazione in cui prevalgono l'individualismo e la competitività.  E, soprattutto, si potrà affrontare il problema della diversità non limitandosi alla tolleranza nei confronti di chi è diverso da noi, ma alla gioia derivante da immense possibilità che questa diversità ci offre di arricchirci individualmente e collettivamente, di inventare nuovi modi di vivere e quindi di progredire.  Se è vero, come è vero che non c'è cambiamento senza diversità, come ci insegnano sul piano biologico la storia evolutiva e su quello sociale la storia, anche se breve, della evoluzione culturale umana.  È forse utile sottolineare qui che i concetti ora esposti sono, ahimè, raramente oggetto di discussione, con questa ottica, nelle nostre scuole.  Le ragioni di questo stanno, a mio avviso, non nella cattiva volontà degli insegnanti né tanto meno in un loro nascosto diffuso razzismo, ma, come sempre, nell’organizzazione dell’insegnamento e nella struttura stessa dei libri di testo soprattutto delle materie scientifiche.

 

Di razzismo si parla infatti in modo estemporaneo ed avulso dai percorsi didattici normali e soltanto per condannarlo a priori e non dopo averne seriamente discusso in modo interdisciplinare.  Non se ne analizza la storia, anche se il termine razza purtroppo a volte appare nei libri di testo.  Non se ne studiano i risvolti emotivi ed i tentativi di razionalizzazione basati su interpretazioni errate delle nozioni scientifiche, per la mancata interazione fra area umanistica e scientifica e per il modo con cui viene trattata la genetica in quest'ultimo.  Non aiutano, da questo punto di vista, i testi in uso corrente.  La genetica nei libri di scienze è infatti fortemente arretrata e, quando va bene, oltre al tradizionale mendelismo, discute di biologia molecolare nei termini che si usavano nei primi anni ’80. Prevale allora una visione meccanica degli esseri viventi formatasi, in un periodo particolarmente favorevole per impostazioni neopositivistiche, sull’onda dei successi ottenuti, proprio dalla biologia molecolare, nel chiarimento di processi di passaggio di informazioni dal corredo genetico al fenotipo (l’insieme dei caratteri di un individuo).  Sembrava allora che l'informazione passasse in modo estremamente preciso e che quindi, una volta chiarito il contenuto informativo del DNA, si potessero prevedere con precisione struttura e funzioni dell'organismo relativo.  Questi concetti si prestavano ad essere estrapolati al comportamento, anch'esso propagandato come geneticamente determinato.  Si è poi scoperto, come ho cercato di chiarire in questo articolo, che le cose non stanno affatto così.  Nei libri di testo tuttavia l’impostazione è rimasta quella vecchia e quindi si presta poco ad una discussione critica ed approfondita.

 

Va anche detto che negli stessi libri di scienze gli esseri umani vengono trattati come se fossero diversi dal punto di vista biologico dagli altri organismi, e comunque soprattutto dal punto di vista anatomo-fisiologico e biomedico.  Anche i capitoli sul comportamento sono essenzialmente dedicati agli animali ed in gran parte staccati della genetica.  Questo probabilmente viene fatto per evitare di entrare nello spinoso dibattito su ereditarietà e comportamento umano.  Questo nel concreto non è nemmeno completamente negativo, se la parte dedicata alla genetica continua a soffrire dei problemi di cui si parlava e quindi, si suppone, gli estensori dei volumi tendono essi stessi a pensare in modo vecchio.  Si tratterebbe quindi di modificare integralmente, da questo punto di vista, le linee portanti dei testi rendendoli più interdisciplinari anche come linguaggio, unificando la biologia generale con la biologia umana, aggiungendo e qualificando i contenuti, evitando di limitarsi ad esporli ma cercando di trarne alcuni concetti generali sintetici e di collegamento con altre materie pure insegnate nella medesima scuola.  Se questo non succede, nei testi e nei percorsi didattici, resta forse il pericolo che i problemi di razzismo siano affrontati in modo rigido, retorico e celebrativo portando a reazioni di rifiuto o di semplice rimozione da parte degli studenti che ascoltano.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1995, 8 (1), 12-15.