A proposito del dibattito delle idee

Spesso sono utili, ma quando sono corretti?

 

Carlo Bauer

 

Ho notato che negli ultimi numeri di Naturalmente si è intensificato il dibattito sulle idee e il riferimento a posizioni filosofiche a vari livelli.  Ciò forse è un riflesso del periodo di crisi acuta che sta attraversando la società mondiale (e la nostra in particolare) ed è senz’altro un bene, se tale dibattito riesce a mantenersi nei limiti della correttezza.  Quando dico correttezza non intendo semplicemente il fatto di rispettare l’interlocutore e di riuscire a mantenere una apertura mentale che permetta eventualmente di riconoscere i propri errori e modificare le proprie posizioni; o, più semplicemente, riconoscere che di fronte ad un certo problema è possibile un pluralismo di opzioni.  Tutto ciò, anche se difficilissimo da mettere in pratica, dato il nostro carattere, è chiarissimo come linea di principio e di comportamento morale.  Per correttezza intendo, al di là di questo, una cosa molto più difficile intellettualmente: la consapevolezza dell’ambito in cui si lavora e si ragiona, senza sconfinamenti indebiti da un tipo all’altro del sapere e anche, semplicemente, rispettando le regole interne a ciascun campo.  Certo, non posso avere la pretesa di esaurire in due pagine temi della portata dei limiti del sapere scientifico, dei confini con la filosofia e con la metafisica, dei metodi di altre branche del sapere come la storia, e così via: si tratta di un campo poderoso di indagine in cui c’è ancora molto da chiarire e realizzare e il cui ulteriore progresso sarà fondamentale per un armonico sviluppo di tutta la nostra cultura.

 

Mi propongo però di riassumere quello che ho capito finora di questi problemi, pensando che possa essere utile ai colleghi i dibattiti che stiamo sviluppando.  Volendo comprendere noi stessi e il complesso mondo in cui siamo inseriti abbiamo anzitutto il potente mezzo della scienza galileiana con le sue due branche sperimentale e teorica.  La branca teorica implica una impostazione assiomatica, cioè la posizione di un certo numero di postulati, indotti in qualche maniera dall’esperienza, da cui sia possibile dedurre col ragionamento e col calcolo teoremi verificabili sperimentalmente (pena la decadenza della base assiomatica, cioè delle ipotesi di base).  Lo strumento della matematica, usato per questi sviluppi, si struttura in maniera analoga, salvo che la sua base assiomatica può essere del tutto arbitraria non dovendo fare riferimento alla realtà sperimentale (come si è capito dopo la geometria euclidea).  Si può generalizzare un poco questo concetto di scienza includendovi branche, come l’astrofisica o l’etologia, in cui gli esperimenti hanno un ruolo più limitato ed è preponderante l’osservazione scientifica di eventi naturali, o come la biologia o più in generale lo studio dei sistemi complessi aperti lontani dall’equilibrio, che è difficile porre su base assiomatica ma che si può assoggettare ad esperienze, osservazioni e misure.

 

Sull’ampliamento della scienza galileiana tradizionalmente intesa rimando all’ottimo articolo di Paolo Farinella [1].  È così abbastanza ben definito il campo della scienza in generale e possiamo concludere che una ipotesi è tanto più scientificamente valida quanto maggiore è la messe di dati sperimentali a suo favore e non vi è nessun dato contrario.  Un primo problema sorge quando non è possibile una verifica sperimentale e non sono possibili osservazioni scientifiche e misure.  Una ipotesi di questo tipo è ancora scientifica?  Se in linea di principio si può progettare un esperimento o una osservazione scientifica per verificarla e la difficoltà è solo organizzativa e tecnica, possiamo dire che si tratta di ipotesi scientifica in attesa di verifica, su cui sospendiamo il giudizio scientifico (ad es. l’ipotesi del neutrino prima della sua rilevazione sperimentale molti anni dopo).  

 

Se però l’ipotesi non è verificabile con misurazioni scientifiche, possiamo dire che entriamo nel campo della filosofia, che possiamo definire in maniera del tutto analoga alla scienza, salvo che le sue ipotesi e le loro conseguenze non sono assoggettabili a misurazioni, ma solo a più opinabili confronti con la realtà studiata, osservabile sì, ma senza poterla assoggettare a misure de osservazioni scientifiche: cosa che può essere dovuta sia alla particolare natura delle ipotesi e alle conseguenze (da verificare) che si possono dedurre da esse, sia soprattutto al fatto che gli anelli logici che collegano l’ipotesi ai fatti da verificare sono molto più numerosi che nella scienza e, almeno alcuni di essi, di solito i primi, non sono assoggettabili rigorosamente ai procedimenti della matematica e della logica deduttiva tipica del ramo deduttivo discendente della branca teorica della scienza.  Anche qui possiamo giudicare che certi fatti osservati siano in accordo con le nostre ipotesi filosofiche, ma l’accordo fra gli studiosi ovviamente è più difficile (ricordiamo che è già difficile nella scienza!) e rimane spesso una pluralità di opzioni possibile.  La filosofia ha varie branche: filosofia dell’essere (ontologia), gnoseologia, morale, estetica, ..., e, interessante per noi, l’epistemologia (che deve chiarire i problemi sopra citati per la scienza).  Spesso s’identifica tout-court il termine metafisica con filosofia [2], perché questa sta al di là della scienza.

 

Forse però è più utile restringere il campo chiamato metafisica a quella parte della filosofia per cui è particolarmente evidente quanto detto sopra e che introduce enti ed ipotesi che, insieme ai primi anelli logici che li collegano, alla lontana, alla realtà che si vuole interpretare, sfuggono non solo a una misurazione scientifica, ma anche ad una osservazione empirica più lata e qualitativa, potendosi osservare solo gli anelli finali: ad es. la natura profonda dell’essere, altre dimensioni e altri universi possibili, entità “spirituali”, il concetto di “anima” come base della mente e quello di Dio.  La metafisica qui sfocia nella teologia, ma, curiosamente, confina anche con la scienza, per quanto attiene alla natura intima delle cose, la loro origine, l’esistenza di altre dimensioni e universi.  I problemi scientifici più difficili sono quelli di tipo “storico” riguardanti le origini e l’evoluzione dell’universo e della vita. sono problemi di tipo storico perché procedono come la storia, che deve ricostruire eventi del passato costruendo ipotesi in accordo con i documenti conservati, reperiti e studiati.  Così procede anche lo studio dell’origine ed evoluzione dell’universo e della vita, raccogliendo tutte le osservazioni e le registrazioni-variazioni e le registrazioni possibili (fossili, osservazioni astronomiche di oggetti ed eventi lontani nello spazio e nel tempo) e confrontandole col comportamento studiato degli oggetti attuali, con la possibilità anche di organizzare qualche esperimento.

 

L’altro problema difficile è quello dell’ultimo stadio dell’evoluzione biologica, riguardante la mente animale e, poi, umana.  Su questi problemi di confine (origine dell’universo, origine della vita, natura della mente) siamo molto lontani da una soluzione scientifica soddisfacente (un po’ migliore, ma non di molto, è la situazione per le rispettive evoluzioni) ed è logico quindi che su di essi si sviluppino ipotesi anche filosofiche e anche metafisiche.  Quello che voglio sostenere è che è assurdo porre dei divieti, come la nostra natura intollerante ci porterebbe a fare, e mettere al bando, ad es. la filosofia, o la metafisica, o la parte teorica della scienza.  Così, nel mondo scientifico reale la “speculazione” è considerata un peccato molto più grave ad esempio della speculazione edilizia o di quella sui farmaci per i nullatenenti ed è fonte di ostracismo.  Bisognerebbe capire che se qualcuno si appassiona a costruire molte ipotesi (da verificare poi con esperimenti) non è un male, ma un bene, perché così abbiamo una probabilità più alta di trovare l’ipotesi migliore scientificamente.  

 

Il fatto è che, fortunatamente, siamo tutti molto diversi (salvo che nell’intolleranza: ricordate il film di L. Buñel "La via lattea"?), con propensioni diverse: c’è chi ama la scienza sperimentale, quella teorica, chi la filosofia o la metafisica, chi la teologia, etc.  È dallo studio e dal collegamento di tutti i campi del sapere che si forma la cultura, che per sua natura non può avere né steccati o paraocchi.  Questi confronti e questi collegamenti costituiscono il dibattito delle idee di cui si parlava e ora è chiaro che cosa vuol dire corretto: pur nella più ampia libertà di formulazione di ipotesi e costruzione di teorie alternative va posta sempre una cura meticolosa nel valutare il più correttamente possibile il quale campo ci stiamo muovendo, se stiamo oltrepassando una zona sfumata di confine, se la verifica delle nostre ipotesi sia scientifica o solo filosofica, e soprattutto se i fatti osservati siano veramente in accordo con le nostre ipotesi.  La cura meticolosa necessaria per fare continuamente il punto su quale campo si sta attraversando emerge bene da un recente articolo di E. Fabri [3] di critica a certe impostazioni della "scienza ecologica".  Vi è un punto molto importante: quando, come nella filosofia e nella metafisica, sono possibili più opzioni, spesso contrapposte o per lo meno complementari (es. idealismo-materialismo) occorre guardarsi dall’attribuire all’opzione altrui l’origine di tutti i mali sociali e didattici: a parte la pericolosità di tale atteggiamento, si può immancabilmente fare vedere come ad una certa opzione filosofica si possono accompagnare entrambe le conseguenze di tipo pratico-morale opposte.

 

È qui che bisogna esercitare l’ultima vigilanza per quella correttezza a cui mi appellavo: di delimitare bene il campo gnoseologico e quello pratico del dibattito delle idee, perché l'atteggiamento pratico (se si vuole, la parte morale della filosofia) nella risoluzione di certi problemi dipende da fattori di altra natura, da scelte che vanno ancora al di là della metafisica e dalla teologia che, in senso lato, si possono definire fede personale o religione.  Così per riferirsi a una discussione di questo tipo apparsa sulla rivista [4] non dipende sicuramente dall’avere una posizione metafisica idealista o materialista il dedicarsi con passione allo studio dei più umili esseri viventi o pervenire ad un antropocentrismo devastante, ma dipende dalla maggiore o minore apertura mentale e da una scelta umana e politica tra sfruttamento e oppressione da una parte e cooperazione e fraternità dall’altra (possibile, come infiniti esempi storici mostrano, indipendentemente dall’opzione metafisica, ma coerentemente con l’opzione di fede personale).

 

Note

1. P. Farinella, Semplificare la complessità, Naturalmente, aprile 1993, pagg. 20-21.

2. K. R. Popper e K. Lorenz, Il futuro è aperto, Rusconi, Milano 1989; edizione supplemento al n. 7/93 di Scienze e Vita pag. 93 e segg.

3. E. Fabri, La candela (l’arco di Ulisse), Naturalmente, aprile 1993, pagg. 22-23.

4. G. Bonati e G. Federici Un soggiorno studio sperimentale, Naturalmente, aprile 1993, pagg. 9-13.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1993, 6 (3), 14-15.