Itinerari Naturalistico-didattici

LA RISERVA DELLO ZINGARO

 

Patrizia Cappadonna

 

La fortunata condizione che fa del Capo San Vito un ambiente ancora intatto in una costa già pesantemente aggredita sta per svanire dato che sia dal paesino di Scopello verso Castellammare del Golfo,  sia da San Vito lo Capo, due monconi di strada si protendono smaniosi di strangolare in un cappio di asfalto un promontorio che costituisce uno dei luoghi più belli della Sicilia costiera.

 

Contrariamente alle amare previsioni di Fulco Pratesi espresse nella sua Guida alla Natura della Sicilia, Mondadori, lo splendido tratto di costa al confine tra le province di Palermo e Trapani può ancora essere ammirata nella sua intatta bellezza.  Nel 1980 infatti, ambientalisti ed amanti della natura si imposero e, sfidando chi non sempre evita il saccheggio delle risorse ambientali, riuscirono a bloccare i lavori per la costruzione della strada panoramica che doveva unire Scopello a San Vito lo Capo, strada che avrebbe attraversato un’area di enorme interesse naturalistico: lo Zingaro. Sospesi i lavori venne chiesta una legge per la gestione dell’area protetta e così nel maggio del 1981 venne istituita la Riserva dello Zingaro.  Si tratta di una riserva Naturale Orientata, finalizzata cioè alla salvaguardia e conservazione del patrimonio naturale ambientale e paesaggistico.  L’area protetta si estende complessivamente su circa 1650 ettari ed è gestita dall’Azienda Foreste Demaniali della Regione Sicilia.  Lungo il litorale la Riserva va da Scopello sino a Calampiso in territorio di San Vito lo Capo, mentre nell’entroterra include un ampio territorio collinoso e montuoso con punte massime di 913 m (Monte Speziale) e 868 m (Monte Passo del Lupo).

 

Non esistono fiumi, soltanto qualche torrente.  Dal punto di vista geologico nell’area dello Zingaro si individuano strutture calcaree e calcaro-dolomitiche tipiche della Sicilia occidentale.  Ad ogni visitatore vengono consegnati un regolamento ben dettagliato ed una cartina; è proibito cacciare, pescare, asportare piante, creare, in generale, condizione sfavorevoli agli organismi viventi nel territorio della Riserva; è invece consentito esercitare attività agricole, con la possibilità di cambiare le colture purché nel’ambito delle coltivazioni tipiche della zona escludendo le serre e, naturalmente, i pesticidi.  È consentito il pascolo con limitazioni per assicurare il mantenimento e il ripristino della copertura vegetale.  Parcheggiati nelle due aree d’ingresso (una lato Scopello, l’altra lato San Vito) i mezzi a motore, ingressi per altro ben vigilati, ci si incammina per il sentiero principale: è lungo 6 km e si può percorrere in 2-3 ore, avendo cura di scegliere il momento dell’anno più favorevole al cammino (primavera ed autunno). In estate infatti il calore del sole invita il visitatore della riserva a fermarsi nelle principali calette dove acqua limpidissima e ciottoli bianchi creano scenari stupendi.

 

Ma oltre alla costa anche l’entroterra offre delle particolarità: le grotte. Sono varie, ma la più importante è la Grotta dell’Uzzo dove sono stati trovati resti e testimonianze risalenti alla presenza di esseri umani in questi luoghi già dodicimila anni fa.  Merita inoltre una visita il museo naturalistico, ospitato all’interno di un rifugio della Forestale, dove sono raffigurati i principali endemismi vegetali ed animali.  Se per il turista estivo lo Zingaro si identifica con uno splendido ed incontaminato paesaggio, per il naturalista addentrarsi nella Riserva dello Zingaro vuol dire venire a diretto contatto con i moltissimi esemplari di una vegetazione da clima prevalentemente caldo e arido.  Vi sono ben 40 specie endemiche, ad esempio la ranunculacea Speronella, l’asteracea Perpetuini delle Scogliere, varie orchidee ecc. ed altre specie che,  pur essendo distribuite ampiamente nella regione mediterranea, per la loro localizzazione nella Riserva testimoniano le mutate condizioni ambientali, ad esempio mirto e corbezzolo.  Nella ricca flora dello Zingaro sicuramente un posto di rilievo è occupato dalla palma nana, Chamaerops humilis: diffusissima ed unica palma spontanea del Mediterraneo, è il simbolo della riserva.

 

La giummarra, come viene chiamata la palma dalla gente del luogo, spicca per i suoi ventagli che creano delle macchie verdi; spesso strappata e sfruttata a scopo ornamentale, un tempo veniva lavorata, dalle fibre si facevano scope, corde, canestri e costituiva un’importante fonte di reddito per le famiglie locali.  A creare un suggestivo e caratteristico paesaggio contribuiscono inoltre i lunghi culmi dell’ampelodesma.  Questo bell’esemplare della famiglia delle Graminaceae cresce a cespugli molto densi,  alti fino a due metri che ingialliscono nelle estati calde ed aride.  Quasi assente è la vegetazione forestale.  Tra bassi arbusti di pruno selvatico, ginestra, euforbia ed oleastro, spiccano degli isolati carrubi.  Caratteristico elemento della macchia mediterranea sempreverde, il carrubo è una leguminosa che con la sua larga chioma globosa verde scuro offre ombra e ristoro lungo i sentieri.  Si incontrano inoltre mandorli, esempio di antiche coltivazioni ormai in abbandono.  Il paesaggio della Riserva è tuttavia dominato da varie specie introdotte dall’uomo nell’isola, che vegetano rigogliose e che sono così ben ambientate da soppiantare, se le condizioni lo consentono, la flora tipica locale.  Gli esempi più caratteristici sono l’invadente ficodindia, Opuntia ficus-indica, il sommacco, Rhus coriaria, l’agave, Agave americana e l’eucalipto,  Eucalyptus globulus che spontaneo in Australia cresce fin troppo bene anche da noi.

 

Una trattazione a parte merita la fauna della Riserva sia terrestre che marina.  In sintesi, si può evidenziare che invertebrati (soprattutto insetti) e vertebrati (anfibi, rettili, uccelli e qualche mammifero) sono stati fortemente danneggiati dalle modifica dell’habitat primitivo ad opera dell’uomo e comunque vivono ancora nelle zone protette della Riserva delle specie molto rare nel resto del Mediterraneo.  Varie casette sono sparse nell’area dello Zingaro abitate d’estate da chi rinuncia ai conforti della “civiltà” per la natura selvaggia; casette un tempo di contadini che nell’antico feudo entro cui rientrava lo Zingaro, vivevano di una stentata agricoltura e della lavorazione delle fibre vegetali, attività quasi scomparsa e che si cerca di recuperare con una scuola di artigianato.  Della cucina, dell’artigianato, delle tradizioni e degli usi in genere che dagli Elimi ai nostri giorni caratterizzano gli abitanti della zona, sarà il lettore incuriosito a scoprirne dopo aver visitato lo Zingaro e dintorni.

 

Scheda botanica

Palma nana

La palma nana, Chamaerops humilis, presenta fronde a ventaglio, un tronco breve e bulbiforme alto in genere 4 m, se coltivata e potata può arrivare anche a 9 m, coperto da fibre grigie o bianche.  Le foglie sono glauche, sempreverdi e dure, con lamina lunga sino a 80 cm suddivisa a ventaglio in 12-15 segmenti lanceolati; i piccioli sono solcati da denti spinosi molto resistenti.  Fiorisce da aprile a giugno, le infiorescenze, lunghe fino a 35 cm, sono ramificate a pannocchia con 2-4 brattee lanose ai margini.  I fori sono unisessuali o ermafroditi con 6-9 stami e 3 ovari.  I frutti grossi da 1 a 5 cm sono ovali, giallo-bruno, a maturità pendono a grappoli.  Questi frutti non sono commestibili, al contrario le giovani gemme fogliari sono utilizzate come piatto caratteristico di antiche cerimonie religiose.  La palma nana cresce spontanea nelle garighe e lungo i pendii rocciosi scoscesi.  Esempio di flora dell’epoca terziaria, ha come areale il Mediterraneo centrale dove vive in fitte comunità.

 

Ampelodesma

Ampelodesmos mauritanicus è il nome di una pianta propria dei luoghi aridi e rocciosi.  È disposta in densissimi cespugli alti da 1 a 2 m.  Le foglie lineari, lunghe sino ad 1 metro e larghe 4-7 mm, presentano un margine ruvido-tagliente (la pianta è conosciuta spesso come “tagliamani”).  Appartiene alla famiglia delle Graminacee, presenta culmi eretti pieni che portano una pannocchia di 20-40 cm; fiorisce tra maggio e giugno.  Chiamata ‘ddisa, in Sicilia viene sfruttata dai contadini per legare le fronde delle viti alle canne di sostegno, mentre un tempo le foglie lavorate venivano utilizzate per ottenere corde.

 

Carrubo

La Ceratonia siliqua della famiglia delle Leguminose è un albero a cupola sempreverde alto sino a 10 m.  La larga chioma globosa sovrasta un tronco che può avere anche un m di diametro. Le radici si estendono sia in larghezza che in profondità assicurando nutrimento all’albero anche in terreni molto aridi.  Le foglie sono coriacee, ovali, lunghe 4-6 cm, lucide, verdi-scuro.  Il frutto è un legume polposo, pendente, lungo dai 10 ai 20 cm; quando è maturo è nero-castagno con esocarpo coriaceo, mesocarpo carnoso zuccherino ed endocarpo che avvolge 4-12 semi scuri, duri e lucidi. Rigoglioso e forte nell’area mediterranea,  il carrubo è tipico dei terreni calcarei-argillosi.  Originario dell’Asia Minore, diffuso dai Fenici e intensamente coltivato dagli Arabi (tra l’altro ne usavano i semi per pesare i metalli preziosi e da qui l’unità di peso detta “carato”), negli ultimi decenni le carrube sono diventate materia prima per l’industria alimentare e farmaceutica. In fitoterapia i decotti di corteccia venivano adoperati per le proprietà astringenti dei tannini in esse contenuti.  Lo sciroppo di carrube ricavato dal frutto sotto forma di decotto (50 g in 200 mL di acqua ridotto al 50%) viene impiegato nelle infezioni polmonari come espettorante e come emolliente della gola.  Si consiglia l’uso della farina di carrube nelle forme diarroiche della prima infanzia anche per l’effetto equilibrante sulla flora intestinale.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1993, 6 (1), 40-41.