borges “Funes o della memoria”

 

Francesca Civile

 

Mi è stato chiesto di preparare qualche spunto di lettura su questo racconto, che si collega, per la tematica, all’argomento del corso organizzato dai colleghi dell’ANISN in questo anno scolastico. Nessun’altra indicazione, salvo l’interesse esplicito dei colleghi per un lavoro che partisse dalle mie competenze specifiche (= analisi del testo) e cercasse possibili agganci interdisciplinari. Non è stato facile calibrare la parte “formale” del lavoro, legata alla mia professionalità didattica, e quella, più vagabonda, che parte dall’argomento per rimandarmi a letture, vecchie e nuove, di tipo “parascientifico”; ma è stato divertente.  (Spero, anche per gli ascoltatori.)  Cercherò di sintetizzare qualche aspetto delle strane associazioni emerse dalla lettura di “Funes”.  Il genere “ fantastico-perturbante” (cui il racconto senza dubbio appartiene) si afferma nella letteratura occidentale all’inizio dell’Ottocento (Poe, Hoffmann...), e conosce una grande ripresa nella seconda metà dell’Ottocento, in coincidenza (probabilmente non casuale) con la cosiddetta “crisi del positivismo” (2).

 

Le teorizzazioni sul genere (perché funziona, grazie a quali tecniche narrative ecc.) sono dei primi del ‘900; e (forse anche qui, non per caso) questa riflessione sulle categorie narrative del “perturbante” coincide cronologicamente con la diffusione della psicoanalisi freudiana e con la cosiddetta “crisi delle scienze” all’inizio del ‘900, (la relatività, la meccanica quantistica ecc), recepita dalla cultura letteraria e umanistica (con pochissime eccezioni) in chiave relativistica.  L’ipotesi di Freud è, in sintesi, la seguente: il testo “perturba“ in quanto provoca un “ritorno del rimosso” individuale (paura infantile della castrazione) e collettivo (paura della morte e del ritorno dei morti), rimosso dalla razionalità, ma non scomparso dall’inconscio, e quindi sempre pronto a riaffiorare, sollecitato da argomenti e situazioni che sembrano mettere in scacco la razionalità.  Con l’aggiunta di un dettaglio tecnico: è essenziale che la situazione narrata lasci un’incertezza non risolta tra una possibile interpretazione “razionale” (ad es. la presunta esperienza fantastica potrebbe essere attribuibile a una crisi di pazzia, a un sogno non chiaramente riconosciuto come tale...) e il cedimento completo all’irrazionale.  Il punto di vista, il campo della conoscenza scientifica “oggettiva” e della chiarezza mentale è presente, in genere, come contraltare esplicito o implicito dell’esperienza “perturbante”; spesso è il mondo abituale del narratore-testimone.

 

L’episodio inquietante è spesso incastrato in una “cornice” realistica, quotidiana , rispetto alla quale viene sottolineata l’”ineffabilità” dell’esperienza stessa, il che produce: a) uno scarto di piani; b) un “corpo a corpo” col linguaggio, di cui si proclama l’inadeguatezza nel momento stesso in cui lo si usa in modo particolarmente virtuosistico; gli esiti non sempre sono felici, ma a volte molto belli ed efficaci.  Todorov propone l’interessante ipotesi che il genere sia morto nel Novecento, quando, e perché, è morto il realismo.  Il fantastico avrebbe avuto una sua codificazione necessaria, e una sua presenza provocatoria, finché la scena letteraria era dominata dall’ipotesi realistica, nelle sue versioni romantico-storica e veristica.  Perde la propria autonomia e ragion d’essere nella misura in cui la letteratura diventa consapevole del suo essere comunque “fantastica”, cioè costruita nel laboratorio mentale di uno scrittore che non sente più il bisogno di nascondere al suo pubblico questo fatto, che non ha più la possibilità di simulare in modo convincente una realtà al di fuori del flusso di coscienza, o della esplicita messa in scena dei meccanismi che stanno dietro la costruzione narrativa. (Musil, Proust, Joyce...)

 

Analisi del testo

Ci sono tre blocchi fondamentali.

A-Introduzione.

Un io narrante si presenta come testimone, e raccoglitore di testimonianze, su un personaggio eccezionale. Il racconto inizia, e continua per una pagina intera, con una frase tematica: “Io ricordo.. ricordo.. ricordo”: tema e parola chiave, subito negata (“io non ho diritto di pronunciare questo verbo sacro; solo una persona, sulla terra, ebbe questo diritto...”), ma reiterata.  L’Io narrante si presenta come: “letterato, persona colta, bonaerense....”  È dunque un tipico personaggio “medio-per bene”, insospettabile di allucinazioni o esagerazioni.  Subito dopo viene presentato Funes, “uno Zarathustra selvatico e vernacolare”; un superuomo?  Un sottouomo?  Certo un personaggio non “medio”, non normale. Sappiamo che è’ un solitario , che è povero; non si sa chi sia suo padre.

B- /Scena rievocata. / Tempo: 1884.

Il narratore rievoca un antefatto, un primo incontro con Funes, “un ragazzo” solitario, con qualcosa di “burlesco” nella voce, stranamente, immediatamente consapevole dell’ora esatta.

/Sentito dire/ Tempo: 1884.

Funes è stato travolto da un cavallo selvaggio, è rimasto paralizzato; (metafora molto importante:

“L’immobilità era un prezzo minimo da pagare: ora la sua percezione e la sua memoria erano infallibili”, pag. 102)

 L’ambiente dove ora Funes vive: immobilità. Oscurità. Funes sta “dietro un’inferriata”, come un “eterno prigioniero”.

Segue quella che sembra una divagazione sulle letture latine del narratore; al quale Funes chiede in prestito un testo latino e un dizionario, con una lettera elaborata e fiorita nelle espressioni e nella grafia.

/14/2/1887: il narratore è chiamato a Buenos Aires, suo padre sta morendo. La sua reazione è singolare: non riesce a soffrire come “dovrebbe” perché il telegramma che ha ricevuto lo fa sentire in una situazione di “prestigio” (“Dio mi perdoni.. ”, pag. 100). Vale la pena di ricordare che Funes non conosce suo padre, e che non avrà mai la possibilità di sapere se e quando morirà.)

C- /Scena centrale ,enfatizzata dal narratore. Egli va da Funes a riprendere il suo libro; “Il racconto.. non ha altro tema che questo dialogo di mezzo secolo fa”, (pag. 101).

E’ sera. Ireneo Funes è “all’oscuro, nella stanza di fondo” (pag. 100). Al narratore arriva il suono di uno strano monologo (“discorso, o preghiera, o incanto”): Funes recita il capag. di Plinio sulla memoria, e il tono della sua voce non cambia quando saluta il visitatore. Di Funes , per tutta la notte, non si vede il viso ma solo la brace della sigaretta. La sua conversazione ha molte caratteristiche di un monologo; ad es., gli capita di fare qualche domanda, ma sembra che non ascolti la risposta.

Il narratore ci riferirà quella conversazione in discorso indiretto (perché le parole sono “irrecuperabili“; “lascio al lettore d’immaginare i frastagliati periodi che m’incantarono quella notte”, pag. 101)  Funes rievoca l’incidente che ha causato la sua paralisi e, nello stesso tempo, lo sviluppo prodigioso della sua percezione e della sua memoria, di cui sembra andare orgoglioso; eppure c’è qualcosa di angoscioso in queste facoltà, qualcosa di talmente abnorme e ossessivo da costituire il tema di un racconto in qualche misura “fantastico” e “perturbante”. Vediamo le caratteristiche di questa memoria prodigiosa:

 Memoria (e, presumibilmente, percezione) sembrano funzionare come sostituto dell’agire (la paralisi è un metafora abbastanza esplicita)

 sono vissute come funzioni sostanzialmente passive (“il presente era quasi intollerabile, tanto era ricco e nitido, e così pure i ricordi più antichi e banali” pag. 102; “la mia memoria, signore, è come un deposito di rifiuti”, ibidem; ”Era il solitario e lucido spettatore di un mondo.. quasi intollerabilmente preciso”, pag. 104)

 viene da pensare a uno dei temi indicati da Freud come tipicamente “perturbanti”, il tema della confusione tra essere vivente e automa. Per molti aspetti la memoria di Funes assomiglia a quella di un computer.

 è una memoria-percezione fatta di dettagli (“nel mondo sovraccarico di Funes non c’erano che dettagli, quasi immediati” , pag. 105); sembra incapace di selezione e di sintesi (“Due o tre volte aveva ricostruito una giornata intera.. ma ogni ricostruzione aveva richiesto un’intera giornata”, pag. 102) , e quindi ha la continua tentazione della classificazione, del catalogo (“pensò che all’ora della sua morte non avrebbe ancora finito di classificare tutti i ricordi della sua infanzia...”, pag. 104) (“Era quasi incapace di idee generali, platoniche..”, ibidem; gli sembra assurdo chiamare con lo stesso nome,” cane”, non solo tutti tipi di cani, ma lo stesso animale visto a distanza di pochi istanti, visto di fronte e di profilo...)  Un suo patetico modo di tentare la sintesi è dare nomi di fantasia ai numeri; naturalmente ne vien fuori “una rapsodia di voci sconnesse” (pag. 103).

 in questa situazione (sopraffatto dai particolari, costantemente a rischio di sprofondare nell’analisi di ogni singolo oggetto percettivo), si volta verso qualcosa che immagina “nero, compatto” per tentare di dormire, e immagina di “dormire in fondo al fiume, calmato e annullato dalla corrente” ( pag. 105)

 Conclusione: è l’alba, si vede “il volto di quella voce”: Ireneo ha 19 anni e sembra “antico come l’Egitto... Morì nel 1889.”

Borges, nell’introduzione, alla riedizione del racconto (che è del 1944) lo definisce “una lunga metafora dell’insonnia”. Il che mi sembra, francamente, poco. Personalmente preferisco i racconti di Borges a struttura circolare (Le rovine circolari, La ricerca di Averroè, Tema del traditore e dell’eroe, ottimamente tradotto in film nella Tela del ragno di Bertolucci.), in cui l’ambiguità sembra pendere in favore di una dissoluzione del tempo lineare.  Questo è un racconto a direzione lineare (precisione delle indicazioni di tempo, inizio e fine, quest’ultimo segnata da una morte).  Orizzontale è la linea del tempo, che va verso la morte.  Verticale è la direzione della memoria e della percezione di Funes, che affonda nei suoi oggetti tendendo all’infinita analisi dei particolari.  Le due direzioni lineari sono angosciose, comunicano un frustrante senso di incompiutezza e di aspirazione alla totalità.

 

Vi sono legate tensioni all’onnipotenza e all’immortalità, (la megalomania di Funes, che va quasi orgoglioso della sua paralisi, se questa è il prezzo da pagare alla precisione delle percezioni e dei ricordi; e la megalomania più sommessa del narratore, che non perde occasione per indicare le debolezze strutturali di quella prodigiosa memoria); ovviamente frustrate in partenza. Il caso (incontro fortuito, incidente col cavallo, morte per congestione polmonare) vi si oppone con successo.  Molte divagazioni di carattere extra-narrativo vengono sollecitate da questo racconto. Innanzitutto: la memoria è difficile da concepire come una funzione prevalentemente analitica e passiva.  “La capacità di ricordare ... sembra essere una dinamica costante di rielaborazione (dei dati percettivi, delle conoscenze lessicali ...) ricategorizzazione, ricostruzione di “frammenti” percettivi della vita psichica, organizzabili in modalità diverse in rapporto a diversi contesti” (3)  Percezione- memoria- linguaggio, nella loro connessione, sono i mediatori privilegiati del nostro rapporto con la realtà, e con noi stessi, con l’immagine del nostro Sè come qualcosa che persiste nel mutamento.

 

In che senso si può parlare di funzioni attive o passive? Sulla questione del carattere attivo/passivo della percezione e della memoria (e, in un certo senso, del linguaggio) mi limiterò a un accenno sul cambiamento di prospettiva di Wittgenstein dal Tractatus logicophilosophicus (1922) alle Ricerche filosofiche (1953).  Nella prima fase della sua ricerca egli accetta e codifica, all’altezza degli sviluppi della linguistica del Novecento, l’ipotesi che ha funzionato almeno da Descartes in poi, cioè quella del rispecchiamento dell’ordine della realtà da parte dell’ordine linguistico (e, implicitamente, cognitivo e mnemonico); attribuisce quindi alla sfera mentale una funzione tutto sommato passiva.  Nella seconda fase invece egli rivendica una origine pratica del linguaggio, osservando le procedure dell’apprendimento della lingua materna nei bambini. Il linguaggio non sarebbe né il rispecchiamento di un oggetto, né l’etichetta verbale di un pensiero preesistente, ma un gesto, azione o reazione, strettamente legato all’emozione (“Il bambino non impara che esistono libri, sedie ecc.. impara ad andare a prendere libri, sedie...”).  Egli parla di “enunciati in prima persona”,( es gli “enunciati di dolore”) che non sono discorsi “su” qualcosa, ma espressione immediata di uno stato emotivo.

 

A. Lurija (4) ci racconta il caso di un paziente cerebroleso che cercò di ricostruirsi una memoria e una competenza linguistica adeguata alle esigenze della vita quotidiana. Il sistema- linguaggio e il sistema percettivo continuano a funzionare, nel paziente, ognuno per conto suo. E’ saltato il nesso tra parole e cose, e questo produce il disorientamento tremendo dell’uomo. (“Nella sua mente ci sono troppe parole.. capisce quello che vede ma non sa come si chiama...” (pag. 125))  La cosa ha dei risvolti linguistici: egli capisce la paratassi, ma lo confonde l’ipotassi, e tutte le parti relazionali del discorso, anche le più semplici.  Funes ha un rapporto maniacale con le lingue; ha imparato moltissime lingue, nel racconto sta imparando il latino.  Cerca forse, in quelle strutture relazionali complesse che sono le lingue, un qualche possibile ordinatore per la enorme massa di dettagli che lo opprimono?  Il paziente di Lurija, a questo scopo, scrive un libro di memorie/ diario che è per lui una specie di sfida con se stesso e di autoterapia.

 

O. Sacks, studioso e ammiratore di Lurija, in una interessante raccolta di casi clinici (5) si occupa dei deficit dell’emisfero destro. Spiega come, a partire da un’ipotesi meccanicistica sul funzionamento psichico, in genere la psichiatria e le neuroscienze abbiano studiato quelli dell’emisfero sinistro (verbalizzazione, “razionalizzazione”), dando per scontato che il deficit a questi livelli “superiori” producesse regressione a uno stadio “emotivo e irrazionale”, e che il contrario non fosse concepibile, o non fosse rilevante. La maggior parte dei casi da lui presentati invece riguarda deficit (non ben chiari nelle cause) dell’emisfero destro. Le funzioni analitiche, di verbalizzazione, calcolo, razionalizzazione, funzionano in un modo spesso addirittura potenziato, ma non c’è riconoscimento, c’è difficoltà di simbolizzazione, di sintesi, di apparente risposta emotiva adeguata agli stati percettivi o ai ricordi.

 

Anche Funes ha una curiosa omogeneità di tono nel recitare Plinio e nel parlare col suo interlocutore, e forse dobbiamo immaginare – attraverso il racconto in discorso indiretto – che anche le cose angosciose che dice sul proprio stato siano dette con distacco emotivo almeno apparente ; mentre il narratore ci comunica in modo molto forte le emozioni associate. (Funes, in questa scena centrale del racconto, è solo un voce, fino alla penultima riga, in cui compare un volto che non viene descritto; la dimensione acustica prevale nettamente su quella visiva, nella relazione del narratore, mentre l’altro è ossessionato prevalentemente dall’aspetto visivo dei ricordi) Sacks sottolinea ripetutamente la condizione di isolamento in cui si svolge l’esperienza mentale di molte delle persone di cui ci parla.  In molti dei suoi “casi” le chances di recupero e di felicità momentanea dei malati sono legate alla possibilità di giocare con gli oggetti della loro ossessione (numeri, parole, serie musicali, immagini); cioè, si direbbe , a un parziale recupero di funzioni “ da emisfero destro”, associate a libertà e creatività; facoltà che il povero Funes sembra non possedere in nessun grado.

 

Semplificando molto e banalizzando un po’, si potrebbe dire che possiamo considerare i processi mentali legati alla percezione e alla memoria come disposti su due assi correlati tra loro, uno concettuale-paradigmatico e uno simbolico-narrativo.  (Molto all’ingrosso, si potrebbero riferire rispettivamente alle funzioni dei due emisferi cerebrali) . Il carattere simbolico- narrativo include la dimensione del tempo e della sua reversibilità irripetibilità, per quel che riguarda i sistemi viventi e gli eventi storici in senso lato (anche quelli geologici e astronomici, ad esempio).  Sull’asse concettuale- paradigmatico, in teoria, il percorso può sempre essere invertito, e non c’è limite all’analisi. In un certo senso, il tempo non esiste, oppure-è quasi lo stesso- è una dimensione assoluta, il “sensorium Dei” di Newton, che serve solo a fornire un parametro certo alla fisica del moto.

 

Le caratteristiche perturbanti associate alla riflessione sul tempo sono abbastanza intuitive, perché sono associate alla consapevolezza della vita e del suo tempo irreversibile, che va verso la morte; ma anche quelle associate a mutamenti della percezione spaziale possono avere, e hanno avuto, effetti abbastanza forti sul senso comune.  Penso alle impressionanti reazioni (in positivo e in negativo ) prodotte dall’invenzione del microscopio, o, diciamo, delle tecniche ottiche che rendono visibili livelli della materia prima impercettibili.  C’è un ampliamento delle possibilità percettive; si prende atto che nella goccia d’acqua, che credevamo un oggetto semplice, ci sono molte più cose di quel che supponessimo, e non c’è nessuna buona ragione per supporre che tutto quello che percepiamo grazie al nuovo strumento sia tutto quello che c’è da percepire.  Anche nell’ottica di Funes ci sono più cose di quelle che si offrono all’osservatore normale (“Noi, in un’occhiata, percepiamo: tre bicchieri su una tavola.  Funes: tutti i tralci, i grappoli e gli acini di una pergola.”, pag. 102).  Dal Seicento ai primi dell’Ottocento la letteratura è affollata di fantasie , a volte euforiche ma più spesso spaventate, sul tema (6).  Questo potenziamento percettivo può essere vissuta in termini positivi, di ricchezza e di potenza (ad es. da Leibniz), o in termini tragici (nel caso di Leopardi, per certi aspetti più vicino alla sensibilità di Funes).

 

Più di uno spunto di riflessione è suggerito anche da Mente e natura di Bateson (7), e in generale da tutta la sua riflessione sui temi della connessione tra sistemi biologici e mentali. Per Bateson c’è una logica, o meglio, un ordine, qualitativo, intrinsecamente discontinuo rispetto a quello quantitativo.  La qualità è competenza specifica e dimensione necessaria del vivente, e quindi della mente (ma anche dell’evoluzione genetica).  “Infrangete la struttura che connette gli elementi di ciò che si apprende e distruggerete necessariamente ogni idea della qualità (pag. 21).  La possibilità di un conoscere biologicamente funzionale dipende dall’apprezzamento della differenza, cioè dalla possibilità di fare confronti, di non sprofondare nell’analisi di un singolo oggetto percettivo o mnestico (come succede a Funes).

 

“Ogni scolaretto sa che...” è il titolo del capitolo in cui Bateson espone i presupposti metodologici della sua ricerca.  Ad esempio, secondo lui, ogni scolaretto sa che “ la mappa non è il territorio, e il nome non è la cosa designata” (pag. 47). In effetti, se la mappa si identificasse col territorio non servirebbe a niente, ci si perderebbe nella mappa come nel territorio; ma la mappa mentale di Funes è il territorio: la sua ricostruzione mentale di una giornata dura una giornata intera... E se il nome fosse la cosa designata, avrebbero ragione gli accademici di Lagado, di cui ci racconta ironicamente Swift (8) che vorrebbero disambiguare definitivamente il linguaggio sostituendo direttamente le cose alle parole. Inconveniente: i sapienti sostenitori del metodo devono girare con pesanti sacchi pieni di oggetti, che estraggono e si mostrano reciprocamente durante la “conversazione”.

 

Un episodio in un certo senso simmetrico rispetto a quello di Swift ce lo racconta Marquez (9) , in modo niente affatto ironico, anzi, piuttosto epico-tragico.  A Macondo (luogo immaginario dell’America latina) si diffonde un’epidemia che comincia con l’insonnia, e si conclude con una totale perdita della memoria.  Aureliano Buendìa trova un parziale rimedio applicando etichette con i nomi alle cose, prima che questi siano completamente spariti dalla sua memoria; ma la cosa diventa sempre più complicata e drammatica quando, oltre al nome delle cose, si comincia a perdere la memoria delle loro funzioni e relazioni, fino alle relazioni personali e familiari (anche qui ci sono padri e madri perduti e dimenticati..).  Quando la pozione del mago Melquiades risana lui, e poi tutta la popolazione, tutto il sistema di etichette appare paradossalmente inadeguato allo scopo per cui era stato pensato; ossia, la memoria è qualcosa di più che non tenere insieme un oggetto percettivo con il suo nome, e magari con la descrizione della sua funzione.

 

Nel romanzo di Marquez il problema della memoria ha un respiro superindividuale; sono popoli interi che rischiano di perdere la memoria, o di esserne derubati dai conquistatori; è una storia che va indietro nel tempo, per generazioni. Vittima della perdita di memoria è l’identità culturale del popolo. Parlando di un altro scrittore sudamericano, Octavio Paz, I. Calvino (10) insiste in modo chiaro e persuasivo sulla necessaria connessione tra le due operazioni ( entrambe critiche e attive).  Per ricordare “il passato remoto”, a volte bisogna saper dimenticare “il passato prossimo”, e comunque il ricordo come strumento di costruzione dell’identità implica la capacità di selezionare, e quindi anche di dimenticare.  Proprio quel che Funes non può fare, anche se la sua memoria assomiglia, per certi aspetti, al livello supremo della conoscenza per Spinoza: il livello che egli chiama intuitivo, e in cui si sommano (termine inesatto) i primi due, la descrizione di oggetti e la costruzione di modelli.  Nella conoscenza intuitiva (che poi è praticamente solo di Dio e della matematica pura, forse) la linearità dei modelli convive con la consapevolezza di tutti i particolari. “ Un cerchio su una lavagna, un triangolo rettangolo, un rombo, sono forme che noi possiamo intuire pienamente; allo stesso modo Ireneo vedeva i crini rabbuffati di un puledro, una mandra innumerevole in una sierra, i tanti volti di un morto durante una lunga veglia funebre. ”(Borges, pag. 102)

 

Ma nella memoria di Funes i modelli sono impossibili. Si procede solo per accumulo e per sprofondamento.  C’è un ultimo possibile approccio concettuale interessante, sul tema del nesso memoria-identità, e quindi anche sulla patologia della memoria e della percezione: quello psicoanalitico.  Già negli scritti di Freud (che pure dipende personalmente molto da una formazione medica e positivistica, di tendenza meccanicistica, specie nei saggi metapsicologici) la nevrosi è, descritta in un certo senso, un disturbo della memoria; ossessioni e fobie coprono ricordi inconsci ma attivi, troppo disturbanti per la loro carica emotiva per essere direttamente tollerati. La stessa terapia analitica è basata su una specie di rieducazione e “liberazione” della memoria; la coazione a ripetere, che diventa la base (mai del tutto spiegata,a sua volta , da un punto di vista linearecausale-paradigmatico) dell’”istinto di morte”, è ancora un inceppo della memoria, che si incanta come un disco rotto e incrina la stessa capacità di vivere.

 

Dunque i meccanismi attraverso cui la memoria diventa, dal punto di vista psicoanalitico, fonte di guarigione o di malattia mostrano la sua strettissima connessione con le emozioni; una immagine meccanicistica della memoria è del tutto incompatibile con l’approccio psicoanalitico (anche se forse a Freud sarebbe piaciuto di più).  Molte delle cose che si trovano in Sacks suggeriscono la necessità di utilizzare strumenti conoscitivi diversi e più ampi rispetto a quelli neurologici; egli parla degli stati patologici che esamina come di “turbe neurologiche che colpiscono il Sè”, entrando così nell’ambito linguistico della psicoanalisi. E a un certo punto introduce il tema del racconto: ”Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto,un racconto interiore, la cui continuità, il cui senso è la nostra vita.  Si potrebbe dire che ognuno di noi costruisce e vive un racconto, e che questo racconto è noi stessi, la nostra identità” (pag. 153)  In un libro molto interessante che affronta gli aspetti psicoanalitici del polilinguismo, vengono riportate le parole di un paziente (brillante, uomo di successo..)” Io ormai non abito più nessuna lingua.  Sto perdendo la memoria, ed è un vero incubo per me, non riesco più a ricordarmi i nomi delle persone, i rapporti che intercorrono tra loro e mi sento sempre più lontano dal mondo reale. Non so più essere protagonista della mia narrativa interna" (pag. 169)

 

È abbastanza curioso che il tema della memoria sia, anche qui, così strettamente associato alla metafora del racconto interno; e anche qui (come per il nostro immaginario Funes) si tratta di una persona che conosce e usa moltissime lingue.  Questo è, anzi, uno dei motivi per cui ha perso il filo del suo “racconto interno”; ovviamente, anche l’uso di molte lingue è un espediente, utile, fino a un certo punto, per tagliare fuori degli ambiti di ricordo o di consapevolezza non desiderati o non sopportabili.  Mentre forse, per Funes, è la ricerca di strutture relazionali organizzate in cui sia possibile riordinare la massa opprimente dei suoi ricordi.  Nel capitolo intitolato “Rimozione e memoria” ( che tratta con lucidità e senso dei limiti anche delle interconnessioni tra discipline come la psicoanalisi e le neuroscienze) il tema del racconto interiore viene esplicitamente connesso con quello della percezione del tempo e della capacità di ritrovare e di collocare i ricordi nel tempo.

La dimensione del tempo e della sua non reversibilità, nella logica dei sistemi viventi, (e però anche di una non linearità del tempo, che consente i meccanismi di retroazione, di aggiustamento dei programmi genetici e conoscitivi) e la necessità di fare i conti con questa questione, in qualche modo “nevroticamente rimossa” da una impostazione meccanicistica delle scienze della natura, è uno dei temi centrali della riflessione di Bateson, e di molti studiosi che si definiscono “teorici della complessità”.  Probabilmente questo approccio lo aiuta ad affrontare – sia pure a grandissime linee, spesso – questioni apparentemente lontanissime e diverse che vanno dalla biologia, all’antropologia, alla termodinamica, alla schizofrenia, all’etologia ... individuando curiosi e interessanti anelli di congiunzione concettuali.  O forse è stato il suo lavoro in campi molto diversi a renderlo insofferente verso un approccio troppo semplificante, come quello della fisica classica.  In fondo, il senso di identità significa poter mantenere un legame tra quello che ricordiamo del nostro passato, le nostre emozioni e percezioni presenti e la consapevolezza che siamo dentro questa dimensione vitale, ma assai scomoda, che è percepita da noi come flusso temporale; scomoda , dato che su questo scorrere, che ci porta verso la morte, ci toccherebbe costruire un Sè abbastanza stabile, che non vada in briciole guardandosi indietro, che non affoghi nella molteplicità delle percezioni guardandosi intorno.  Ma su questi aspetti più fumosi, anche se affascinanti, delle questioni suggerite da Borges, concluderei (almeno per ora) le mie divagazioni.

 

Note

1) Finzioni, Torino, Einaudi, 1978, pagg. 97-105.

2) Alcuni esempi singolari possono essere Maupassant L’Horla, Stevenson Lo strano caso del dr.Jekill.., O.Wilde, Andersen, Gogol, Flaubert S.Giuliano l’ospitaliere, Erodiade, H. James; singolari soprattutto per la presenza di un congruo numero di scrittori “realisti” o “veristi”, che sembrano un po’ in crisi di certezze.

3) J.Amati-Mehler, S. Arghentieri, J. Canestri, La Babeledell’inconscio Milano, Cortina, 1991, pag. 153)

4) A. R. Lurija Un mondo perduto e ritrovato Roma 1991, pag. 125.

5) O. Sacks, L’uomo che scambiò sua moglie con un cappello Milano, Adelphi, 1986. Molti spunti presenti nel libro fanno pensare a Funes (esplicitamente ricordato, pag. 262) : ad es. il caso dei gemelli, XXIII con eccezionali capacità di calcolo; la logorrea fluviale che non discrimina tra reale e immaginario in Una questione di identità, XII; le Reminiscenze dell’epilettico, XV; in Omicidio, XIX, c’è anche il caso di un trauma simile a quello di Funes che riaccende in modo potenziato la memoria di un evento rimosso; nonchè l’ossessione del catalogo, nel melomane che ha imparato a memoria l’Enciclopedia musicale.

6) Un paio di riflessioni filosofico-letterarie, rispettivamente di Leibniz e di Leopardi sull’effetto prodotto dall’avvicinamento e ingrandimento di un oggetto percettivo possono dare un’idea della “vertigine” prodotta da Leibniz, Monadologia, in Saggi filosofici e lettere Bari, Laterza, 1963:”Ciascun frammento di materia può essere raffigurato come un giardino pieno di piante o uno stagno pieno di pesci. Ma ciascun ramo di una pianta, ciascun membro di un animale, ogni goccia dei suoi umori è ancor esso un simile giardino, un simile stagno.(...)Così non v’è nulla d’inculto, di sterile, di morto nell’universo, e non v’è caos né confusione che all’apparenza, quale può apparirne in uno stagno veduto da una distanza donde non si scorge che un movimento confuso e, per così dire, un gorgogliar di pesci nello stagno, senza per altro che si discernano i pesci.”( pag. 380)

Al contrario, per Leopardi (Zibaldone, in “Tutte le opere”, Firenze, Sansoni, 1969) il giardino che, al primo colpo d’occhio, appare pieno di vita, visto più da vicino si rivela un universo di sofferenza,”quasi un vasto ospitale, luogo ben più deplorabile che un cemeterio”pag.1098

7) G. Bateson Mente e natura Milano, Adelphi, 1984.

8) J. Swift I viaggi di Gulliver Milano, Garzanti, 1982; l’episodio è nella III parte, cap V, pagg. 171-172.

9) G. G. Marquez Cent’anni di solitudine Milano, Feltrinelli 1979, pagg. 54-75.

10) I. Calvino Dimentica e ricorda in Repubblica, 11/9/89

11) Amati-Mehler, ecc. cit. nota 3

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1993, 6 (3), 30-34.