Il cloroplasto, lo zio veterinario e l’acqua di fosso

 

Giampaolo Magagnini

 

Tanti anni fa, quando ero molto più giovane e molto più ignorante, avevo via via incontrato delle strane parole che non sapevo bene cosa significassero ma che appunto per la loro oscurità mi sembravano acquisire un valore quasi magico: flogisto, sineddoche, circoncellioni, cloroplasto.  Un cloroplasto intuivo vagamente che avesse a che fare con il mondo dei vegetali ma non sapevo come. Finché un giorno raspando in acqua di fosso non incontrai Spirogyra: l’alga filamentosa.  Ne guardai un po’ con un rudimentale microscopio che m’ero fatto accozzando alla meglio alcune lenti e così vidi per la prima volta il famoso cloroplasto. Naturalmente non sapevo cosa fosse quella struttura nastriforme avvolta a spirale dentro ogni cellula ma uno zio veterinario mi chiarì tutto: era lui!  Devo dire che ero cascato bene, perché quello che avevo visto era probabilmente il più grosso cloroplasto di tutto il Regno vegetale.  Mi accorsi anche che Spirogyra non era l’unico abitante di quell’acqua anzi: nell’acqua di fosso c’era una vera miniera di organismi grandi e piccoli, vivaci e torpidi graziosi e non.  Insomma ci presi gusto e un po’ alla volta cominciai a raccoglierli e ad identificarli.

 

Successivamente presi a eseguire piccoli esperimenti con materiale che via via trovavo.  Ora ricordandomi di quelle mie lontane esperienze mi è venuto in mente di raccontare cosa si può fare con l’acqua di fosso: di solito è un materiale che permette di fare interessanti osservazioni e anche di eseguire alcuni semplici esperimenti.  Stiano tranquilli i miei eventuali Lettori: non ho intenzione di affliggerli con un lungo elenco di specie, cosa talmente tediosa da far venire la barba anche ai lattanti. Piuttosto proviamo a riguardare il fosso, la sua acqua e i suoi abitanti come un ecosistema.  Allora sarà possibile ad esempio vedere come varia qualitativamente il suo popolamento nelle varie stagioni: sarà sufficiente campionare in autunno, in inverno, in primavera iniziale e in primavera avanzata e si avrà un quadro abbastanza attendibile dell’evolversi dei popolamenti in un ciclo annuale.  Oppure si possono considerare due o più fossi che si presentino piuttosto diversi: acqua corrente o stagnante, più o meno profondo ecc. e farne l’esame comparativo dei popolamenti.  Oppure ancora si può cercare un fosso relativamente pulito e un altro che invece presenti sintomi di inquinamento dovuto ad esempio a immissione di acque di scarico di origine domestica o industriale: anche in questo caso l’esame comparato delle due situazioni può condurre ad interessanti osservazioni: è infatti prevedibile che l’ecosistema inquinato, se non è assolutamente privo di vita , presenti un numero di specie nettamente inferiore rispetto a quello intatto ma verosimilmente, con una più alta densità di individui dei pochi taxa che riescono a viverci.  Anche in questi casi le comparazioni possono essere ripetute più volte come si diceva nel primo esempio.

 

Naturalmente, trattandosi di esami qualitativi non si possono applicare i metodi statistici che si usano nelle classificazioni delle comunità: indice di somiglianza fra campioni, indice di diversità ecc. poiché essi richiedono analisi quantitative che d’altra parte sono di difficile esecuzione.  Pur con questo limite mi pare tuttavia che indagini di questo tipo possano avere un qualche valore didattico non foss’altro dando un’idea della struttura e della dinamica delle comunità.  Verso la fine del 1740 il naturalista inglese Tremble passò un periodo piuttosto nero.  Un giorno gli era venuto in mente di tagliare in due un’Idra, che a quei tempi non si sapeva bene se fosse una pianta o un animale, e qualche giorno dopo constatò che ciascuna delle due parti del polipo aveva dato origine a un’Idra intera.  Ripeté l’esperienza tagliuzzando decine di polipi in due o più parti e di nuovo da ogni frammento, riebbe un individuo completo. Sulle prime naturalmente il Tremble fu contento della sua scoperta, confortato anche dal plauso di Réaumur ma poco dopo andò in crisi di fronte a questa domanda: e l’anima dell’Idra?  Se è essa ha dar vita agli animali è un’entità indivisibile come può accadere che ogni frammento di polipo conservi la vita?

 

Non so come il Tremble abbia risolto i suoi dubbi metafisici e ignoro anche dove il naturalista inglese raccogliesse le sue idre ma suppongo che le abbia trovate nell’acqua di qualche stagno o di qualche fosso.  Ed è qui che le possiamo rinvenire ancora e quindi se non abbiamo problemi di trascendenza possiamo ripetere queste esperienze.  Oppure ci si può limitare a mantenere gli esemplari nella loro acqua per osservare come si riproducano naturalmente per gemmazione.  A dire il vero per esperienze di rigenerazione si prestano meglio le Planarie anch’esse ritrovabili nel solito fosso magari sotto le foglie che giacciono sul fondo. Sono più agevolmente maneggevoli delle idre ed è anche possibile, quando un animale tagliato abbia cominciato a rigenerare, formando sulla superficie di taglio quella listerella depigmentata chiamata blastema rigenerativo, asportare appunto questa porzione allestendone preparati per schiacciamento in aceto-carminio. Essendo questa una zona in attiva proliferazione cellulare nei suoi preparati si potranno osservare i vari stadi mitotici.  Alcune planarie si riproducono agamicamente per scissione ma se si vuole avere un’idea di quanto sia efficace la riproduzione asessuale conviene rivolgersi ai Ciliati anch’essi inquilini del solito fosso.  Una volta che se ne siano trovati e si siano classificati (ce ne sono di diverse specie, non solo il Paramecio) si possono isolare uno o due esemplari facendoli riprodurre in un mezzo di coltura semplicissimo, basta aggiungere all’acqua originaria, preventivamente filtrata qualche chicco di riso che abbia subito una breve scottatura.  Il riso fornisce cibo ai batteri che a loro volta serviranno da pasto ai Ciliati.  Se l’allevamento funziona, in capo a pochi giorni si potranno vedere a occhio nudo nell’acqua di coltura delle piccole nubi biancastre costituite da centinaia di protozoi.  Se poi si attuano colture della stessa specie ma d’origine diversa mescolandone un po’ di ciascuna si potrà assistere alla formazione di coppie di coniuganti.

 

Nei miei verdi anni mi provai anche a tenere per alcuni giorni nella loro acqua dei Copepodi che portavano delle vistose sacche ovigere e in diversi casi assistetti alla schiusa di molti piccoli nauplii.  Ci provai anche con le Dafnie ma stavolta mi andò male: non solo non ho mai avuto piccoli ma addirittura una volta ebbi l’impressione che i numero di dafnie nell’acqua di fosso che tenevo in un vaso di vetro anziché aumentare diminuisse; fu solo dopo pazienti appostamenti che riuscii a capire il perché di tali sparizioni: insieme all’acqua e ai crostacei avevo involontariamente introdotto nel barattolo una larva di Odonato (Leste).  Questo signore, perfetto subacqueo in virtù delle tracheobranchie foliacee che gli permettono di respirare l’ossigeno disciolto nell’acqua, proiettava fulmineamente in avanti il proprio labbro inferiore modificato in organo raptatorio, catturava le povere Dafnie e se le mangiava.  Ci rimasi male ma almeno imparai che non ci si deve fidare nemmeno di libellule e affini!

 

Ad ogni modo pareggiai i miei conti con gli insetti di fosso alcuni anni dopo quando venni a sapere che i cromosomi giganti si trovano anche nelle ghiandole salivari delle larve di Chironomus anch’esse comuni abitatrici dello stesso tipo di acque.  E a forza di catture di larve e di schiacciamenti delle loro ghiandole riuscii finalmente a vedere quei famosi cromosomi.  Dai tempi della Spirogyra avevo effettivamente fatto dei progressi e con mezzi modestissimi, più o meno alla portata di tutti.  Dall’alga, infatti ero passato ai Ciliati, ai Celenterati, ai Turbellari agli Artropodi.  A dire il vero nell’acqua di fosso sono rappresentati ancora altri gruppi e altre specie si prestano ad osservazioni ed esperienze ma io non ne parlerò avendo promesso di non fare elenchi lunghi e noiosi.  Mi fermo dunque qui: il mio scopo era di fornire qualche spunto e suggerire qualche possibilità di indagine e spero di esserci riuscito.  Che poi, se qualcuno non avesse uno zio veterinario che gli possa schiudere i penetrali dell’acqua di fosso, mi permetto di suggerirgli il libro di H. Streble e D. Kraute Atlante dei microrganismi acquatici della Muzzio Ed. che credo possa essere molto utile a chi desidera studiare, come recita il sottotitolo del volume, la vita in una goccia d’acqua.  Resta inoltre inteso la mia disponibilità a fornire eventualmente aiuto.

 

P.S.

Adesso non solo so cos’è un cloroplasto conosco anche il significato di flogisto e di sineddoche.  Quanto ai circoncellioni non ne ho finora incontrati e spero proprio che non ne esistano più.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1994, 7 (1), 20-21.