RILUTTANZA DELLA VITA AL CAMBIAMENTO ED EVOLUZIONE

 

Giuseppe Spadaro

 

L'evoluzione: non un fenomeno universale necessario, ma un fenomeno solo largamente prevalente ─ Cosa sia esattamente la vita non si sa. Di sicuro si può dire che essa è un “qualcosa” che si conserva e si riproduce. La vita esiste da oltre 3,5 miliardi di anni, nel corso dei quali si è evoluta fino a forme di notevole complessità, tra le quali quella umana. Ma, se è indubbiamente vero che la vita nel corso del tempo si è evoluta, quello che ora va sottolineato è che: l'evoluzione non è stata un processo di trasformazione generale, che ha quindi coinvolto tutti i viventi, come fa un fiume che trascina tutto quello che incontra fino al mare, ma solo una parte di essi. Una forte prova empirica che l'evoluzione non ha coinvolto tutti gli organismi, animali e i vegetali, è intanto costituita dall'esistenza dei cosiddetti “fossili viventi”( o forme statiche, relitte, o pancroniche). [1] Com’è noto, si tratta di una categoria di organismi che, dopo un iniziale periodo evolutivo, hanno cessato di evolversi. Certi fossili viventi vivono tuttora, così com'erano milioni e milioni di anni fa. Un caso famoso è rappresentato dal sorprendente ornitorinco australiano. Se è indubbiamente vero che i fossili viventi mostrano in modo eloquente che l’evoluzione non ha coinvolto tutti gli organismi, questo significa che: essa non è un “fenomeno universale necessario”, ma solo un fenomeno largamente prevalente.

 

Perché esistono i fossili viventi? Se i fossili viventi costituiscono la prova empirica che l'evoluzione è solo un fenomeno largamente prevalente, a questo punto si presenta una questione di un certo peso: “Perché esistono i fossili viventi?” Perché la maggior parte degli organismi è stata coinvolta nel processo evolutivo e invece altri organismi ( quelli che chiamiamo “fossili viventi”) no? Una prima risposta alla questione è che: i fossili viventi esistono in quanto la vita per sua natura oppone una resistenza al cambiamento, ovvero è riluttante a cambiare. Ma alla base dell'esistenza dei fossili viventi vi sono almeno altre due ragioni. E quindi le cause dell'esistenza dei fossili viventi sono almeno tre: a) La riluttanza della vita al cambiamento e b) L’assenza di una forza interna che spinga la vita a cambiare, ovvero a evolversi; c) Ciò che essenzialmente importa agli esseri viventi è conservarsi e riprodursi, non evolversi. Dato che sull’assenza della forza interna che spinge la vita a evolversi, anche gli evoluzionisti della tradizione darwiniana sono d’accordo, tratteremo il punto a) e il punto c).

 

La riluttanza della vita al cambiamento ─ Porre che la vita sia riluttante al cambiamento potrebbe apparire in stridente contraddizione con il dato di fatto costituito dal fenomeno dell’evoluzione. Ma si tratta di una contraddizione apparente, e ora cercherò di provarlo. Intanto a sostegno che la vita è riluttante al cambiamento vi sono argomenti teorici e argomenti empirici. Iniziamo dagli argomenti teorici.

A) Argomenti teorici ─ Come si sa, ogni società organizzata, sia che si tratti di uno Stato, o di una società industriale, commerciale, ecc., è regolata da norme precise e tende a conservarle tali. Insomma, ogni società organizzata è per sua natura “convenientemente” conservatrice. In generale ogni struttura, in quanto insieme organizzato mostra una certa riluttanza al cambiamento. Pertanto, anche la vita, tanto più che è a vari livelli una struttura più o meno altamente organizzata e integrata, deve mostrare una certa riluttanza al cambiamento. Si tratta comunque di una riluttanza non rigida, ma “convenientemente flessibile”, aperta alle novità strutturali e funzionali, se esse sono utili ai fini della conservazione e della riproduzione. Va osservato che la naturale riluttanza della vita al cambiamento è altamente opportuna, dato che, in caso contrario (se per esempio fosse esistita una forza interna che avesse spinto la vita a cambiare in modo continuato), ciò avrebbe determinato la disgregazione della vita medesima. Tanto per fare un paragone, sarebbe stato come se una società modificasse di frequente le proprie regole interne.

B) Argomenti empirici ─ Veniano agli argomenti empirici a sostegno della riluttanza della vita al cambiamento. Il concetto di riluttanza della vita al cambiamento, desunto in base a sole considerazioni teoriche, è empiricamente confermato dai recenti acquisizioni della biologia molecolare, quali i “vincoli interni”, i “moduli”, la “robustezza”, [2] ecc. Possiamo dire che la vita è riluttante al cambiamento perché ha dei vincoli interni; e ha dei vincoli per evitare di modificarsi troppo rapidamente, magari in maniera disordinata. La vita, in quanto struttura altamente complessa e coordinata, necessita di ordine e di stabilità. Ecco perché è assolutamente necessario che essa possegga dei freni (dei “vincoli”, appunto), e quindi possiamo dire che essa “è” e “dev’essere” riluttante al cambiamento. Veniamo ora al terzo fatto in appoggio all’assunto che la vita è riluttante al cambiamento, ovvero al punto c): “Ciò che essenzialmente importa agli esseri viventi è conservarsi e riprodursi, non evolversi”. Gli esseri viventi sono irresistibilmente spinti a conservarsi e a riprodursi. Pertanto essi non sono interessati a modificarsi, ma solo a continuare a vivere (conservarsi) e a perpetuarsi con la discendenza (riprodursi). Ora, detto in termini antropomorfici ma efficaci, la vita, pur di continuare a conservarsi nel tempo, attraverso i suoi “rappresentanti” (che sono gli animali e i vegetali), pur essendo “conservatrice” ( ovvero riluttante a cambiare in quanto struttura altamente organizzata e integrata), se è proprio necessario è anche “disposta” anche a modificarsi, ovvero a evolversi. [3]

 

Conservarsi e riprodursi, anche “a costo” di doversi modificare ─ Dunque la vita, pur essendo per sua natura (di struttura altamente organizzata e integrata) riluttante al cambiamento, si è dovuta modificare per continuare a conservarsi nel tempo. Ora le modifiche evolutive sono dovute a due motivi: la necessità e l’opportunismo. Vi sono dunque due tipi di modifiche evolutive: 1) modifiche per necessità e 2) modifiche per opportunismo.

Evoluzione per necessità ─ Le principali necessità di una specie vivente sono: quella di fronteggiare nuove situazioni ambientali di tipo fisico (clima, ecc.); quella di fronteggiare la concorrenza di altre specie ai fini dell'approvvigionamento alimentare; quella di lottare per la sopravvivenza contro i nemici naturali. Ebbene, la vita è costretta a modificarsi appunto per superare tali difficoltà, altrimenti si estinguerebbe.

Evoluzione per opportunismo ─ Potrebbe sembrare marginale o addirittura antropomorfico, ma un’altra ragione che induce la vita a modificarsi (ovvero evolversi) è l’opportunismo [4]: ovvero lo sfruttamento di certe risorse ambientali allo scopo di conservarsi e riprodursi nel migliore dei modi. Un eloquente esempio di evoluzione di tipo opportunistico è rappresentato dalla trasformazione dell’attuale giraffa dal collo lungo (ma caratterizzata anche da altre modifiche adattative), da una lontana antenata dal collo corto. Ma anche le modifiche dei becchi dei famosi fringuelli di Darwin, diversi da isola a isola (ovvero da ambiente ad ambiente) sono facili esempi di evoluzione di tipo opportunistica. Invece l’evoluzione della folta pelliccia dell’orso polare è un esempio eloquente di evoluzione per necessità; infatti se l’orso non l’avesse acquistata, si sarebbe estinto.

 

 

Modificarsi per continuare a conservarsi nel tempo ─ Da quanto si è argomentato possiamo concludere che: dal momento che la vita si deve necessariamente conservare nel tempo, possibilmente nel migliore dei modi, essa è indotta a ciò dalle variazioni ambientali (evoluzione per necessità) e da opportunità ambientali che le consentono di conservarsi nel migliore dei modi (evoluzione opportunistica). Invece i fossili viventi non si evolvono in quanto non ne hanno di bisogno. In essi prevale la riluttanza al cambiamento, anche per il fatto che così come sono riescono ugualmente a conservarsi e a riprodursi. Riescono a conservarsi e a riprodursi i fossili viventi che vivono in ambienti statici (ambienti ipogei, profonde caverne, profondità marine, ecc.); vi riescono animali come per esempio il coccodrillo che nell'ambiente in cui vive non ha nemici naturali; vi riescono i batteri, ecc., in grado di vivere negli ambienti più disparati.

 

Bibliografia e Note

1. Una teoria dell’evoluzione biologica che non sappia spiegare le ragioni per le quali degli organismi non si evolvono, ovvero il fenomeno dei fossili viventi, mostra una certa carenza concettuale di base. Insomma, “fa acqua” da qualche parte. La maggior parte degli Autori di tradizione darwiniana (le eccezioni sono pochissime) ha ignorato e purtroppo continua a ignorare l’“inquietante” fenomeno dei fossili viventi. Lo hanno considerato irrilevante o tutt'al più marginale. Insomma non è necessario che il neodarwinismo giustifichi tale fenomeno. E invece non è affatto così. Ecco, exempli gratia, gli argomenti addotti dall’ecologo e zoogeografo Aldo Zullini, ordinario dell'Università di Milano: «Ho scorso velocemente il suo scritto. Vi si agitano "problemi" che io non considero affatto tali, come l’esistenza dei fossili viventi. Che c’è di strano? Moltissime tribù della Nuova Guinea e di altre zone tropicali vivono ancora (o almeno fino a 50-100 anni fa) con tecnologie e costumi dell’età della pietra o quasi. Sarebbe strano se l’evoluzione, anche sociale, scorresse dappertutto con lo stesso ritmo.» (sic!) [Da una e-mail al sottoscritto, l’8 marzo 2011 da parte del prof. Aldo Zullini]. Non me ne voglia il prof. Zullini, che è sicuramente un bravo e diligente insegnante, oltre che apprezzato autore di testi scolastici, ma c’è gente incapace (per una sorta di miopia intellettuale) di vedere argomenti grandi e grossi come montagne!

2. Per il concetto di “robustezza” si rimanda alle pagg.51-53 de “Gli errori di Darwin” di M. Piattelli Palmarini e J. Fodor, Feltrinelli 2010.

3. In tal modo si supera la contraddizione tra la riluttanza della vita al cambiamento e la sua evoluzione nel corso del tempo. Infatti si sarebbe potuto giustamente obiettare: “Se la vita è riluttante al cambiamento, come si spiega il fatto che essa nel corso del tempo si è modificata, ovvero evoluta, producendo da centinaia e centinaia di milioni di anni un numero sterminato di forme diverse? Non sarebbe questa una contraddizione? La risposta a tale legittima domanda è che contraddizione tra la riluttanza della vita al cambiamento e la realtà dell’evoluzione si supera assumendo che la vita: per sua natura riluttante al cambiamento in quanto struttura altamente organizzata, si è dovuta modificare per continuare a conservarsi nel tempo.

4. Un autore che ha parlato di opportunismo dell'evoluzione è stato il paleontologo americano G. G. Simpson. Ebbene diciamo con Simpson che «quando usiamo una parola come “opportunismo” il lettore è pregato di non vedervi nessun proposito personale o alcun significato antropomorfico.» (G. G. Simpson, Il significato dell'evoluzione, pag. 106, trad. it. 1954, Bompiani.