L’INSEGNANTE PRENDE L’AIDS?

Considerazioni semi-serie sul lavoro dell’Insegnante

 

Maria Teresa De Nardis

 

Tempo fa ho partecipato a un corso di aggiornamento organizzato dalla mia scuola, in collaborazione con la USL, sull’igiene mentale (dell’Insegnante).  La relatrice aveva adattato alla situazione dell’insegnante quanto già formalizzato per altri operatori sociali: ho così potuto apprendere che esiste una vera e propria “sindrome”, definita “dell’operatore in corto circuito”, evidenziata da sintomi ben precisi, che corrispondono a 4 stadi.

 

1) Stadio dell’entusiasmo idealistico: può durare 6 mesi – 1 anno e si colloca di solito nel periodo iniziale del rapporto di lavoro.

È così caratterizzato:

a) il lavoro occupa il posto più importante fra gli interessi dell’operatore che b) si sveglia presto al mattino, di buon umore e ha frenesia di programmare le sue attività c) è sempre allegro e disponibile ad ogni iniziativa.

 

2) Stadio della stagnazione: cominciano le delusioni che possono provenire, ad esempio, dalla inadeguatezza dei programmi, dalla mancanza di risultati “visibili”, da rapporti stressanti con l’apparato burocratico o con le famiglie degli alunni.  Una evidente depressione porta ad un ridimensionamento degli obiettivi e a una visione più realistica della struttura in cui si opera.

I sintomi “fisici” sono soprattutto:

a) fatica ad iniziare la giornata

b) fatica nell’affrontare i vari impegni: per esempio, sapendo di dover preparare le lezioni per il giorno dopo, si cerca il materiale dell’anno precedente (o stadio 1) e magari ci si stupisce della qualità del prodotto, nella convinzione che ora sarebbe sicuramente più scadente.

 

3) Stadio della frustrazione: la disillusione è totale e la situazione di disagio si manifesta con sintomi psico-somatici che innescano una particolare attenzione ai propri malanni:

a) si prova una grande fatica ad alzarsi al mattino

b) il minimo disturbo può essere pretesto di assenza da scuola

c) gli impegni pomeridiani vengono rimandati, seppure con angoscia, ma senza avere il coraggio di un netto rifiuto

d) le lezioni sono affidate all’improvvisazione

e) gli organi collegiali sono vissuti con malesseri vari, di cui ci si “confessa” con il/la collega

f) nervosismo e insoddisfazione minacciano fortemente anche la vita familiare

g) si comincia a fare calcoli e a pensare al pensionamento (o, per i più fortunati, al comando presso altre istituzioni).

 

4) Stadio dell’apatia: trionfa il disimpegno personale; unica preoccupazione è il proprio benessere raggiunto con una presenza esclusivamente fisica.

 

Si recupera molto tempo libero che viene impiegato o a meditare sulla propria sventura o, nei casi migliori, occupati in altre attività.

 

La malattia è contagiosa!

Personalmente sono convinta che un insegnante non arriva quasi mai al 4° stadio, non fosse altro che per “salvare la faccia”: infatti il rapporto costante con alunni, famiglie, colleghi e una certa quantità di amor proprio lo costringono ad un impegno seppure minimo.  Forse proprio per questo alterna e confonde i 3 stadi in una altalena di entusiasmi e frustrazioni.  Una collega mi ha suggerito: l’insegnante ha gli anticorpi!!  E le manifestazioni parossistiche delle sue frustrazioni altro non sono se non il sintomo di periodiche furibonde lotte tra il suo sistema immunitario e gli “organismi” invasori.  Ma un male oscuro, si sa, minaccia oggi le difese immunitarie: l’AIDS.  Innumerevoli studi si stanno compiendo su questa sindrome ma nessuno si occupa dell’AIDS dell’insegnante, detta anche tAIDS; pertanto vorrei provare a tracciarne i lineamenti.  Innanzitutto si dovrà individuare una o più categorie a rischio: ritengo che le più colpite siano le donne, in particolare quelle con famiglia, che già si portano dentro il peso di frustrazioni ataviche e di un superlavoro non retribuito e nemmeno riconosciuto.

 

In secondo luogo una o più situazioni a rischio: forse la più preoccupante è che oggi la stragrande maggioranza degli insegnanti ha operato a monte una scelta di ripiego e, specialmente nelle discipline scientifiche, la preparazione universitaria non corrisponde alle molteplici richieste didattiche che vengono soddisfatte con improvvisazione, buona volontà, auto-aggiornamento, ecc.  Quindi bisogna individuare i fattori di rischio: sicuramente il precariato ma anche la precarietà (dopo l’entrata in ruolo), intesa come trasferimenti d’ufficio, soppressione di classi, passaggi di cattedra, ecc., che certamente non contribuiscono a stabilire un rapporto “affettivo” con l’istituzione e l’utenza; inoltre un complesso rapporto con l’apparato burocratico che c’è e non c’è, e quando c’è, “rompe”, ma quando occorre, non c’è, e via discorrendo.  Come per l’AIDS anche nella tAIDS esistono i casi conclamati e i portatori asintomatici.  I primi si riconoscono perché sono quasi tutti costituiti da insegnanti anziani, con una visione autoritaria della scuola derivante da una lontana esperienza di studente represso: hanno raggiunto ormai una situazione di prestigio personale dal momento in cui sono approdati a una scuola d’elite; per loro il rispetto percorre sempre una strada a senso unico e l’onestà è una parola da bottegai.

 

I secondi non sono facilmente riconoscibili se non con raffinate tecniche di analisi: ad una approfondita introspezione rivelano una particolare sensibilità e fragilità emotiva; sono piuttosto giovani (35-45 anni); a parole vorrebbero essere autoritari ma di fronte alla classe si lasciano sopraffare dalla disponibilità, ancora memori del loro recente passato di studenti “ribelli”; presentano una preoccupante tendenza a mettere continuamente in discussione se stessi e l’istituzione; non conoscono la difficile arte della mediazione e mostrano una sottile insofferenza per l’autorità. Sono destinati ad ammalarsi, pressoché tutti, in un lasso di tempo che dipende solo dalle condizioni di igiene ambientale (si legga: rapporti con preside, famiglie, alunni, colleghi).  Ogni indagine epidemiologica che si rispetti dovrebbe presentare delle cifre incontestabili: personalmente non le conosco, ma si potrebbe iniziare uno screening di massa, magari computerizzato, con la collaborazione del Ministero, degli IRSAE, delle USL, degli Enti Locali e delle Associazioni dei genitori.  Non oso immaginare quali meccanismi perversi si innescherebbero: diatribe sui posti-letto (o posti-cattedra?) necessari, sulle misure preventive (profilattico obbligatorio durante la lezione?!?!), sui fondi da stanziare (soldi agli insegnanti???!!!!).  Sto immaginando un Linus o una Mafalda che si spanciano dalle risate: meglio lasciar perdere!

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1992, 5 (2), 22-23.