EDITORIALE

 

Enrico Pappalettere

 

Vorremmo aprire questo numero tornando a parlare di maturità.  In particolare della maturità che riguarda le Scienze Naturali e della misteriosa logica che presiede alla individuazione delle materie d'esame.  Di questo sistema ormai screditato si è sempre discusso in termini generali, senza soffermarsi sul peso espresso al suo interno dalle singole discipline e dalle diverse aree culturali.  Quest’anno le Scienze Naturali sono uscite soltanto sulla ruota del liceo linguistico, del quale costituiscono – com’è evidente- un settore caratterizzante, e poco c’è mancato perciò che quest’ampia rete di discipline sparisse letteralmente dall’orizzonte culturale di quel che un diciottenne deve dimostrare di conoscere.  La lotteria quest’anno ha irritato e preoccupato una volta di più molti colleghi, soprattutto nei licei scientifici.  Per quali motivi?  Intanto nessuno crede davvero che le materie vengano estratte da un bendato innocente, e perciò tutti pensano che le prove proposte ogni anno dal Ministero riflettano un insieme di criteri di valore e di condizionamenti che vanno ogni volta decifrati e interpretati. 

 

Quest’anno il primo condizionamento è stato quello elettorale ed ha portato alla clamorosa sconfessione dell’impegno preso dal Ministro precedente, di comunicare le materie solo nel mese di maggio.  L’interpretazione è parsa obbligata e cioè che molto è permesso in clima preelettorale a chi detiene una fetta di potere per tentare di conservarla.  Il secondo è stato un condizionamento da vincoli di bilancio: un solo commissario per matematica e fisica invece di due.  Agisce anche sulle altre discipline, facendo preferire, ad esempio, alla filosofia la storia in quanto può spesso esaminare il commissario di italiano.  Il terzo è un condizionamento culturale riferito alle Scienze, che ci pare iscritto nel dato di fatto che esse sono pressoché escluse, ancora una volta, dal quadro delle prove.  Se credessimo alla storia delle estrazioni potrebbe trattarsi di un caso, ma poiché non crediamo che sia così, pensiamo che si tratti semplicemente degli effetti di un criterio di valore: le Scienze Naturali sono una variabile secondaria nel quadro delle discipline sperimentali a carattere culturale.

 

Perché i burocrati del nostro irriformabile ministero pensino questo non è argomento banale di riflessione.  Per ora prendiamolo come un fatto.  Intendiamoci: molti colleghi sono felici per come sono andate le cose quest'anno.  Pensiamo però che la ragione sia la stessa che fa arrabbiare gli altri: lo spazio concesso alle Scienze Naturali, nelle scuole ordinarie soprattutto, non supera le 3 e spesso le 2 ore, come il Disegno e l’Educazione Fisica che per legge non sono oggetto d’esame.  Preparare una classe a un livello decente senza tagliare eccessivamente il programma costituisce un impegno gravoso ai limiti dell’azzardo.  Non è difficile perciò capire i colleghi che tirano un sospiro di sollievo.  Se il problema è dunque questo unico – lo spazio concesso a questa disciplina ed il ruolo da essa giocato nel quadro complessivo delle materie di studio, che da quello spazio dipende strettamente – c’è chi obietta che non dall’esame occorre attendere una sorta di riconoscimento ufficiale della funzione culturale delle Scienze Naturali nella scuola, specie se quell’esame si svolge secondo regole universalmente ritenute

inefficaci e controproducenti.

 

Questo è ovviamente vero, ma è altrettanto vero che l’italiano (e/o il latino), la lingua, la storia (e/o la filosofia), la matematica (e/o la fisica) sono ritenute irrinunciabili, come se l'esame svelasse alla fine, al di là degli equivoci e della retorica, la reale gerarchia tra discipline fondamentali e di complemento; è altrettanto vero poi che lo spazio orario del latino viene inglobato nella preparazione dell’italiano, quello della fisica (quando non esce) nella matematica.  Chi comunque rimane becco e bastonato, che esca o non esca, sono le scienze: nel primo caso perché non c’è da rubare tempo a nessun’altra materia, nel secondo perché si aprono difficili (e a volte umilianti) problemi di gestione del tempo residuo dal momento della comunicazione delle materie alla chiusura dell’anno scolastico.  Speriamo che sia veramente l'ultima volta che ci ritroviamo a parlare di questi esami di maturità e che le proposte dei nuovi programmi per la scuola media superiore si completino con una riforma radicale dell’esame finale.

 

Contiamo di affidare una prima valutazione dei programmi Brocca per il triennio ad un numero speciale di NATURALMENTE.  Invitiamo perciò i lettori che desiderassero esprimere un proprio parere sui programmi dei vari indirizzi di Biologia, Scienze della Terra, Chimica e Fisica, a scriverci con sollecitudine.  Il panorama è in movimento; chissà, forse un’eco dei sommovimenti del quadro politico generale si avvertirà anche nel mondo della scuola.  I fatti significativi sono diversi e non tutti di uguale evidenza, né di segno chiaramente positivo: il biennio Brocca ha cominciato ad essere sperimentato in oltre 200 scuole.  C’è un invito del ministero alle scuole perché accedano alla sperimentazione di tutto il quinquennio.  Nel frattempo – e questo può essere sfuggito – lo stesso M.P.I. programma una lenta (?), ma decisa chiusura delle mini-sperimentazioni in corso.  Non c’è alle viste nessun serio piano per l’aggiornamento degli insegnanti.

 

Gli unici realizzati fino ad ora sono quello per le Lingue e, nel settore scientifico, quello per l’Informatica il cui Piano nazionale viene esteso ai trienni e introdotto in nuove scuole senza che si sia neppure sollevato il problema di come si concilino le scelte dei programmi e orari del progetto Brocca con il P.N.I. D'altra parte tutta la vicenda Falcucci-Brocca, dimostra come la via amministrativa alla riforma della scuola sia – nel suo insieme, al di là cioè di scelte settoriali anche felici – incapace di coinvolgere in un confronto di punti di vista, di scelte, di culture, i singoli insegnanti, le scuole come soggetti collettivi, le forze politico-culturali del paese.  Si è trattato di una vicenda conosciuta, nel senso che tutti hanno saputo dai giornali della esistenza delle commissioni, grazie anche ad alcuni casi saliti agli onori della cronaca, come il dibattito sulla storia antica e moderna o sul latino, ma strutturalmente clandestina e separata perché nata per sfuggire alla paralisi e al silenzio delle forze politiche e culturali, all'interno di un ministero ipercentralistico e burocratico.

 

Occorre perciò aver presente questa tara genetica della riforma Brocca, che appare sostanzialmente burocratica e autoritaria, perché calata dall’alto e senza tenere in alcun conto l’esperienza delle sperimentazioni di ogni tipo, come non fossero mai esistite, e, anzi, fossero state troppo a lungo tollerate.  Anche per questo è importante approfondire la conoscenza dei documenti Brocca – l’unico prodotto concreto di questo non-movimento – per farne l’occasione per riaprire un confronto meditato su questioni poste ma non risolte dal movimento sperimentale.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1992, 5 (2), 3-4.