IL CLIMA, IL CAOS E ZICHICHI

 

Paolo Farinella

 

Spesso la cronaca può dare lo spunto per qualche riflessione di interesse generale.  In particolare, questo mi sembra vero per il modo in cui le notizie di tipo culturale (ma non solo queste!) sono riferite e commentate alla TV: un minimo di distacco critico permette infatti in molte occasioni di percepire con particolare chiarezza distorsioni concettuali, pregiudizi, schemi mentali fossilizzati, che normalmente restano nascosti sotto la patina del "senso comune" o dell’ignoranza diffusa.  Il 5 Novembre 1990 il TG1 delle 20 ha riferito della conferenza internazionale di Ginevra sul clima in modo piuttosto curioso: riassunti in poche frasi gli scopi dell’iniziativa, la parola veniva data non ad uno dei tanti climatologi partecipanti alla conferenza (dalla quale è uscito un allarmato documento sulla prospettiva del "riscaldamento globale" del pianeta), ma un fisico delle particelle: il ben noto (al pubblico italiano) Professor Antonio Zichichi, il quale, invece di parlare delle conclusioni della conferenza, si è lanciato in una breve ma violenta requisitoria contro gli allarmi e le denunce dei climatologi, negandone in sostanza -vedremo tra poco con quale argomento ogni base scientifica.

 

Un primo elemento di fastidio, per ogni spettatore con una qualche cultura scientifica, era l’arroganza con cui un dilettante (tale credo si possa definire Zichichi per quanto riguarda la Climatologia) tentava di ridicolizzare le conclusioni, basate su analisi raffinate e complesse, di un’intera comunità di ricercatori.  Basta leggere il recente articolo "Il grande dibattito sul clima" di R.M. White (ex direttore dello U. S. Weather Bureau e presidente della American Meteorological Society) su "Le Scienze" di Settembre 1990 per capire come, nonostante le divergenze esistenti, tutti gli esperti seri vedano la questione in termini ben diversi da quelli esposti da Zichichi.  Il quale può naturalmente esprimere un’opinione diversa, ma dovrebbe per onestà scientifica premettere di parlare a titolo del tutto personale, e anche di esprimere idee opposte a quelle degli esperti del settore.  Ma veniamo alla sostanza del ragionamento di Zichichi.  In essenza era questa: "Non occorre preoccuparsi dei cambiamenti di clima, perché in climatologia ogni previsione è del tutto impossibile.  Non esistono vere leggi scientifiche applicabili al clima, come le leggi di Newton si applicano all’astronomia, permettendole di fare previsioni quantitative accurate sugli eventi futuri.  In assenza di tali leggi, non si dà scienza, e quindi neppure si possono trarre sensatamente conseguenze politiche".  A me questo ragionamento sembra completamente sbagliato da almeno due punti di vista.  Sul primo aspetto si è già discusso molto, e sorprende che qualcuno ignori completamente questo dibattito: i climatologi sostengono infatti che, anche nell’impossibilità di fare predizioni quantitativamente accurate, tutti i modelli del clima prevedono che l’effetto serra avrà conseguenze ben percepibili nel prossimo secolo.

 

È ben nota l’"instabilità" del clima terrestre, come dimostrano le ricorrenti ere glaciali; è noto che le attività umane hanno aumentato – e stanno tuttora aumentando – in modo importante l’abbondanza nell’atmosfera dei gas responsabili dell’effetto serra; è noto che quest’ultimo può ben provocare un rilevante riscaldamento di un intero pianeta, come ben illustra il caso di Venere, pianeta "gemello" della Terra da molti punti di vista; ed è infine ben noto che l’economia e la stessa civilizzazione umana sono assai vulnerabili ai cambiamenti climatici (la crisi economica coincidente con "la piccola era glaciale" della seconda metà del Seicento è probabilmente un esempio su piccola scala di questa relazione).  In questa situazione, l’idea che il problema vada ignorato perché non sappiamo se nel prossimo secolo il riscaldamento medio sarà di 2 o 5 gradi, sembra al limite dell’irresponsabilità.  Ma c’è un’altra delle premesse di Zichichi che come ricercatore (in particolare come esperto di astronomia e di meccanica celeste) credo di dover contestare.  È quella che non si dia scienza se non quando ci sono a disposizione leggi come quelle di Newton sulla dinamica dei corpi soggetti a forze gravitazionali, che permettono previsioni quantitativamente molto precise (nel caso delle orbite di pianeti e satelliti, il confronto tra teoria e osservazioni avviene comunemente sulla decima cifra significativa).  Nessun filosofo della scienza sottoscriverebbe oggi un tale criterio restrittivo di stampo paleomeccanicistico per definire i confini tra scienza e "non scienza"!

 

Se esso fosse adottato, dovremmo definire "non scienze" non solo la climatologia ma – per lo meno in gran parte – la geologia, la biologia, vasti settori della fisica (compresa quella delle particelle) e della stessa astronomia.  Non occorre una vasta cultura scientifica per sapere che l’astronomia di oggi non si riduce alla meccanica celeste ottocentesca, ma affronta problemi altrettanto complessi e difficili da "modellizzare" di quelli della climatologia: a partire dalla comprensione della meteorologia e del clima degli altri pianeti e del sistema solare, per arrivare all’origine delle stelle e dei pianeti, alle fasi "violente" dell’evoluzione stellare, alla dinamica delle galassie, alle prime fasi della vita dell’intero universo.  In nessuno di questi settori è purtroppo disponibile una "legge di Newton"!  Ma la stessa storia della meccanica celeste smentisce Zichichi.  Già nel Settecento i matematici più brillanti e famosi si scontrarono con poco successo con il problema di applicare la teoria Newtoniana all’obiettivo (assai importante sul piano pratico per la navigazione delle flotte militari dell’epoca) di prevedere in modo molto preciso la posizione della Luna nel cielo.  Newton stesso disse che ogni volta che ci rifletteva gli veniva un gran mal di testa!  La ragione era che il moto della Luna è un problema molto complesso, in cui si deve tener conto non solo della attrazione gravitazionale della Terra, ma anche della presenza del Sole e dello schiacciamento polare terrestre.  Ciò nonostante, nessuno negò la qualifica di "scientifiche" alle teorie sul moto della Luna dell’epoca, per quanto la loro accuratezza fosse limitata.

 

Inoltre, anche come conseguenza della complessità matematica dei problemi affrontati (e della possibilità di un riscontro diretto con le osservazioni astronomiche) fu proprio la meccanica celeste alla fine dell’Ottocento che partorì – attraverso la teoria di Henri Poincarè sulle orbite nel problema gravitazionale degli N corpi – quella che poi sarebbe diventata l’odierna teoria del caos nei sistemi dinamici.  Una teoria scientifica che descrive il comportamento estremamente complesso, e prevedibile solo su orizzonti temporali limitati, anche di sistemi fisici in apparenza assai semplici.  E, soprattutto, una teoria che ha visto negli ultimi decenni molte illuminanti applicazioni a campi diversi tra loro, dalla meteorologia, alla meccanica celeste, all’ecologia.  Attraverso questa teoria, ci stiamo rendendo conto che la scienza non si deve arrendere di fronte alla complessità (come vorrebbero sia i veteromeccanicisti alla Zichichi sia alcuni filosofi irrazionalisti), ma può applicarsi e quindi fare modelli e applicazioni rilevanti – sebbene non quantitativamente precisi a lungo termine – anche su problemi come l’orbita delle comete, la struttura delle galassie, l’evoluzione del clima della Terra e degli altri pianeti.  Vorrei terminare con una indicazione bibliografica.  Sulla storia e le implicazioni della teoria del caos è disponibile, in italiano, un libro divulgativo di ottimo livello: "Caos.  La nascita di una nuova scienza", di James Gleick, ed. Rizzoli.  Il termine "divulgativo" si riferisce qui allo stile giornalistico e all’impostazione di tipo storico-concettuale, e non matematico-formale, della trattazione; ma, a parte ciò, si tratta di un libro che concede assai poco alle analogie azzardate (e spesso fuorvianti), al gusto dell’aneddoto fine a se stesso, alla passione per le generalizzazioni "filosofiche" troppo tendenti all’universale, che purtroppo caratterizzano molte opere divulgative anche di ottimi scienziati.

 

L’autore enfatizza giustamente il fatto che parecchi scienziati di diverse discipline e con diversi atteggiamenti e psicologie sono arrivati a porsi problemi simili (in precedenza considerati irrilevanti oppure insolubili) e ad inventare nuovi concetti ed un nuovo linguaggio per fornire delle risposte originali: con un processo che viene giustamente confrontato con le formulazioni epistemologiche di Thomas Kuhn sulle "rivoluzioni scientifiche".  Un grosso pregio del libro è quello di ridurre al minimo gli aspetti tecnici nel testo, aggiungendo però in appendice ad ogni capitolo una serie di note e di riferimenti bibliografici molto curati, che permettono a chi ne abbia voglia di andarsi a ritrovare i più importanti lavori scientifici originali pubblicati sui vari temi.  In effetti Gleick non è uno scienziato (benché sia dotato di una notevole padronanza degli strumenti concettuali della scienza contemporanea), ma fa di mestiere il giornalista scientifico per il "New York Times".  Una figura professionale, questa del giornalista con un solido background scientifico, che in Italia – fatte le debite eccezioni – è ancora gravemente carente.

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1991, 4 (1), 14-15.