L’INSEGNAMENTO DELLE DISCIPLINE NATURALISTICHE E L’UNIVERSITA’

 

Nicola Ricci

 

Sono stato iscritto e laureato in Scienze Naturali, poi i casi della vita mi hanno portato a “giocare al biologo”, con una certa sorta di “degrado” culturale, inteso come limitazione dell’orizzonte degli interessi scientifici: i biologi non me ne vogliano, però in realtà ero innamorato di un’altra cosa, molto più vasta e integrata.  Fortunatamente, l’intelligenza e la capacità di adattamento proprie della specie umana riescono a tirare fuori il positivo da qualunque situazione e, così, il mio vecchio amore per la montagna, e se volete anche il mio senso estetico (sono un fotografo fissato che ricerca l’armonia delle parti in tutti i lati dell’esperienza quotidiana), sono riusciti a confluire in un’attività scientifica che ha di nuovo un taglio naturalistico.  Questo aspetto della mia attività mi interessa molto perché sostanzialmente mi deriva dal ragazzo naturalista-idealista che ero e dal famoso Sessantotto (così aborrito da tutti, ma per me importantissimo e bello, perché lo vissi essenzialmente come un momento di crescita personale e lo “vivo” come aspirazione operativa ad una società umana e giusta) che mi aprì gli occhi alla dimensione sociale della Scienza: il naturalista non più solo come poeta o artista della natura, ma come colui che intenda conoscere la natura e comprenderla per poi interpretarla e difenderla per una politica di appropriata conservazione e valorizzazione.  La conoscenza biologica sta espandendosi a velocità sempre crescente, così come tutta la conoscenza in generale: mentre il veteronaturalista tuttologo è ormai improponibile, diviene preminente una sua nuova funzione, quella di tessere la trama di raccordo tra i fili, in continuo accrescimento, di un già ricchissimo ordito, conferendole così quell’organicità che le permetterà poi di essere appresa e compresa.

 

Ho trovato recentemente una bellissima “citazione apocrifa ascritta a un sedicente Conte di S. Germano” (già suona bene!...) “il saggio non è colui che discrimina, è colui che mette insieme”.  Allora ho detto: eccolo là, questo è proprio il Naturalista, lo scienziato che per eccellenza è interessato alle sintesi.  Ovviamente tutti conosciamo il processo conoscitivo dell’analisi: una prima fase di analisi è essenziale, perché il naturalista “nasce” con la collezione: lui se ne andava in giro per i Monti Pisani (o dov’altro era) e trovava, catalogava e collezionava tutti i suoi insettini e poi cominciava a dirsi: “toh, non sono tutti uguali...!” e, su quello, cominciava a riflettere e anche a lavorare molto di fantasia.  Il secondo momento, quello della sintesi, era quello che, se volete, caratterizzava e qualificava le sue scoperte.  Ripensavo ad un esempio per me vivissimo: la fatica immensa, anonima, di tutti quegli astronomi sconosciuti e insostituibili che si sono studiati, sulla volta del cielo, posizioni, qualità di emissione della luce, tempi, frequenze e quanto altro ha poi portato oggi a una potentissima, unitaria visione cosmogonica.  Quanto sappiamo oggi della storia delle stelle (non avendo noi, in astronomia, la possibilità di leggere il fattore tempo) lo dobbiamo a questa schiera di anonimi che si sono messi a leggere il fattore qualità nello spazio.  Questo è un esempio estremamente potente, valido per ogni naturalista: il naturalista è quello che, come dire, interpreta l’aspirazione dell’uomo a una visione unitaria del mondo, cosa che è tanto più necessaria quanto più, come dicevamo, il fiume della conoscenza (quasi giunto al suo delta storico) si suddivide sempre più in innumerevoli rivoli, a loro volta sempre più sottili, sempre più specialistici.

 

Parlando coi ragazzi (sia figlioli, che studenti) dico spesso quanto sia difficile riuscire a capirsi tra ricercatori senza dover fare premesse terminologiche.  Ormai quelli con cui mi intendo senza porre premesse, nel campo di ricerca in cui lavoro, credo che siano non più di cinque, nel mondo.  Allora ... ci sarà un polacco, un inglese, due giapponesi, un tedesco...  È un dato di fatto, però fa rizzare un po’ i capelli in testa: denuncia quanto, ormai, la torre di Babele scientifica sia al massimo del suo complicarsi e, quanto, di conseguenza, venga ad assumere un ruolo essenziale, il momento della sintesi.  Pensiamo ad esempio a quello che ha preparato la teoria dell’evoluzione: l’opera di Linneo, importantissima perché frutto inevitabile della eccellente opera di sistematizzazione che aveva appena fatto.  Il Linneo fissista, così antipatico in questa luce gettatagli addosso con mentalità assolutamente antistorica, in realtà è stato colui che ha dato la prima spinta a questo immenso movimento (veramente centrale nel quadro della cultura contemporanea) che è quello che ci fa considerare la Vita come il fenomeno naturale cangiante e proteiforme per eccellenza, in grado di “rispondere”, nel tempo e nello spazio, alle sfide ambientali.  Perché è importante l’idea dell’evoluzione? ...  Perché abbiamo così scoperto essenzialmente il divenire, nel mondo animato, prima ancora che si pensasse che le stelle cambiassero e divenissero loro stesse: un apporto culturale notevolissimo, dunque.

 

Un nuovo frutto prezioso della fase sintetica nella conoscenza è la recente scoperta del ruolo della cooperazione nel mondo vivente e nella sua evoluzione, che è venuta così a ribaltare un consolidato modo di vedere il vivente e la sua storia in termini di mera selezione (ancorché questo concetto sia stato sempre accettato con estrema cautela e avversione grande da tutti gli evoluzionisti ...).  Consideriamo l’esempio più banale: è più facile per una pianta acquisire tutte le strutture per avere una certa funzione (metabolismo dell’azoto) o è più semplice “mettersi in società” con una micorriza e “saltare il fosso”?  È chiaro che questo processo, che facilita un salto evolutivo, qualitativo, rapido e ad ampie e profonde conseguenze, è l’esempio-tipo della cooperazione.  I modelli matematici che ci sono dietro sono di un’eleganza e raffinatezza culturale veramente estreme, tanto che sono oggi oggetto di approfondimenti sperimentali e teorici di enorme potenza.

 

E come ultima fase, a mo’ di integrazione ad un livello ancora successivo, proporrei (e suggerirei a tutti coloro che lo possono fare) di leggere l’articolo di Lovelock a proposito dell’ipotesi Gaia, per lo più riportata e discussa in maniera distorta.  L’ipotesi Gaia dice questo: la Terra non va più considerata come la Terra-pianeta puro e semplice: è un’entità complessa, una cosa strana dalla duplice natura (pianeta e Vita), in cui la Vita ha giocato e sta giocando un ruolo particolarmente critico e ormai inscindibile dall’evoluzione del pianeta stesso.  Detto da un altro punto di vista potrebbe suonare così: se arrivasse un visitatore spaziale da un’altra galassia e facesse un’analisi spettrale delle atmosfere di tutti i pianeti del nostro sistema solare, arrivato alla Terra non potrebbe che dirsi: “questo, non ci deve essere qui in questo modo, non è possibile!  È nettamente al di fuori dell’evoluzione meramente “fisica” di qualsiasi pianeta” ...  Ed è proprio vero, perché il fenomeno “vita” ha cambiato profondamente questo corpo celeste!  In prima istanza questa ipotesi su Gaia può essere una visione onirica delle scienze naturali: come tale è stata spesso vista con superficialità e disinformazione, come tale rigettata.  In realtà il povero Lovelock (che dal ’75, anno in cui propose l’idea generale, è stato pesantemente contro-selezionato dall’establishment accademico) che cosa si era limitato a indicare?  Per esempio, la risposta agli astrofisici, che avevano detto che il Sole, dalla comparsa della vita sulla Terra a oggi, ha aumentato la propria radiazione quantitativamente del 25%.  Lui, che allora lavorava alla NASA, rispose al problema “com’è che non c’è stato un aumento del 25% della temperatura sulla Terra?”, osservando che, nel contempo, c’è stata un’incredibile aumento di complessità della vita: l’acquisizione di nuovi livelli della catena trofica (dagli autotrofi agli eterotrofi, ai predatori ed ai decompositori) fa sì che l’energia solare “in più” venga assorbita e utilizzata in maggior quantità da strutture chimiche sempre più complesse che, per così dire, “tamponano” l’effetto dell’accresciuto flusso energetico solare.

 

Il discorso su Gaia è proprio questo: l’evoluzione della vita e del substrato è ormai univocamente collegata.  È poi un’idea così nuova, sconveniente e improponibile?  Già nel 1788 Hutton, che è il fondatore della moderna geologia, diciamo il babbo spirituale di quel Lyell che tanto influenzò Darwin, affermò che la Terra è una specie di superorganismo da conoscere mediante lo studio della sua fisiologia: 1788! Nel 1925, Lotka (quel matematico fantastico che sparava numeri come una mitragliatrice, anche sul mondo del vivente) parlò dell’evoluzione degli organismi come inscindibile dall’ambiente fisico: 1925!  Solo nell’89, però, i geochimici (in un congresso che rappresenta ormai il giro di boa nella storia di tale branca del conoscere) hanno ammesso che loro stessi considerano ormai fondamentale, per lo studio dell’evoluzione della crosta del Pianeta, l’analisi delle alterazioni che gli organismi viventi hanno causato allo stato della Terra.  Finora essi si erano detti: “beh, sì! c’è anche quel fenomeno che si chiama “vita”, ma non è così centrale!”  Praticamente, a seguito di questo congresso hanno abbassato gli scudi e hanno detto: “okay! la vita c’è e bisogna prenderla in considerazione come fattore protagonista della storia della Terra!”.  L’affermazione di Lovelock nel suo articolo su uno degli ultimi numeri di Nature è molto bella: “la biosfera è un sistema adattativo di controllo capace di mantenere la Terra in omeostasi”.  Siamo ormai a un buon livello: Lovelock, fisico ed astrofisico di estrazione, ha finito per divenire un naturalista de facto.

 

Rispetto al discorso generale, questo esempio l’ho portato e discusso per cercare di descrivere che cosa penso si possa intendere per “studio, comprensione, conoscenza della natura” o, in altre parole, per “naturalismo”.  Il secondo spunto che volevo proporre alla vostra attenzione era che cosa si possa intendere per Università.  Mi sono letto la Magna Charta delle Università Europee, firmata nell’88 a Bologna.  Ecco dunque solo alcune citazioni rapide, quelle che, a mio avviso, sono più importanti quanto a significatività: “l’avvenire dell’umanità dipende in larga misura dallo sviluppo culturale, scientifico e tecnico che si svolge in quei centri di cultura, di sapere e di ricerca che sono le Università”.  Questo fatalmente dà un taglio drammatico alla storia: non si può più considerare l’Università come un accessorio per prendere una laurea, ma piuttosto come qualcosa di ben diverso: il luogo in cui lavorino uomini seri che siano al contempo tecnici capaci, eccellenti e professori impegnati culturalmente e moralmente!  A essere onesto, mi sembra che oggi in Italia non siamo proprio su questa linea e che sia ormai di drammatica urgenza che ogni operatore nell’Università si adegui al criterio della meritocrazia, come guida alle scelte da fare nelle stanze dei bottoni (siano esse consessi per l’attribuzione di fondi che commissioni di concorso...!).

 

Continuando a scorrere il testo della Magna Charta delle Università Europee leggiamo: “...scopo dell’Università è anche quello di passare questa memoria culturale alle generazioni successive, future, contribuendo al rispetto dei grandi equilibri dell’ambiente e della vita”.  Può essere gravido di conseguenze nel campo dell’azione personale, sociale, politica il pensare che i rettori di tutte le Università, europee, di tutte queste “banche del sapere”, si siano trovati concordi nell’individuare in questo dramma dell’ambiente un tratto culturale tipico del nostro tempo, una sfida alla nostra concezione sulla “qualità della Vita”!  Oramai sappiamo e lo abbiamo riconosciuto per iscritto ad opera dei rettori delle nostre Università che la biosfera non è una cosa infinita: anche l’Oceano Pacifico è drammaticamente piccoletto rispetto a quello che potremmo riuscire a fargli!  Ecco dunque come l’Università diventa una scuola propositiva ad alto livello: bene, questo dobbiamo pretenderlo anche in ambito naturalistico.  La seconda istanza è che essa debba anche costituire un momento professionalizzante: non si può più chiedere a un ragazzo di diventare semplicemente un naturalista-con-babbo-molto-ricco, perché altrimenti non può mantenersi, solo con lo studio senza avere di che vivere del suo lavoro ...

 

Allora, come possiamo attenderci che l’Università operi?  Io penso che essenzialmente si tratti di non insegnare più ai ragazzi solo a conoscere: scienza è conoscenza e capacità di interpretare!  Consideriamo, come esempio, un affresco: il riconoscere che esiste un certo movimento di masse, una certa tensione lineare, prospettive strutturali che conducono l’occhio verso un punto focale, i colori combinati con una certa grammatica; ecco, questo è conoscere.  Il capire come tutti questi elementi facciano funzionare l’armonia della composizione è una cosa diversa, richiede di più: conoscenza sì, ma anche fantasia, interesse, curiosità, capacità di vedere “oltre”, allenamento ed esercizio, tenacia e coinvolgimento emotivo!  Quindi secondo me è cruciale che il buon naturalista impari a lavorare per modelli generali.  Cosa sono questi modelli?  Non sono certo conoscenza fine a se stessa!  In base ad essi devo dire che cosa mi aspetto che si raggiunga in un modello di integrazione successivo, conosciuto il quale, posso avere una fuga all’infinito.  Vorrei dire che la conoscenza naturalistica iniziale, eminentemente descrittiva e, se volete, ingenua, è ormai arrivata alla proposizione di modelli che funzionano bene.

 

Non più solo le due specie interagenti, come ai tempi del modello preda-predatore proposto da Lotka e da Volterra, ma ormai tante e diversissime, in armonica e delicata interazione retroattiva.  È chiaro che la generalizzazione implica una capacità di manipolazione di dati molto più complessa, ma a questo hanno pensato i calcolatori, che, ringraziando Dio, servono a qualcosa, oltre che a fare i giochini contro i mostri spaziali!  Quindi il modello inteso non come fine, ma come mezzo di indagine e di proposizione.  In questa luce, il naturalista è, per eccellenza, il “signore dei modelli”, colui che riesce a porre insieme conoscenze diverse, interpretando, intuendo, proponendo nuove sintesi.  Vediamo come l’Università potrebbe produrlo.  Prima di tutto, dando per scontato che lo scienziato naturale è colui che integra conoscenze di campi diversi, veniamo al “cuore” del problema di ogni curriculum di studi universitari in scienze naturali (e biologiche ...!): credo che sia esperienza di tutti gli studenti in queste discipline come il matematico voglia fare del naturalista un “piccolo matematico”, il fisico un “piccolo fisico”, il chimico un “piccolo chimico”, col risultato, frustrante, di non giungere neppure ad avere quegli strumenti conoscitivi e di analisi così importanti per chi si propone di “conoscere la Natura!”.

 

Tutto ciò è sbagliato: il buon Naturalista sa usare il proprio sapere matematico, fisico, chimico, biologico, geomineralogico, paleontologico come strumenti per interpretare, in potenti visioni d’insieme, la Natura. Il primo problema, il primo scoglio, ovviamente, è quello del linguaggio.  Voi sapete che ogni scienza ha il suo linguaggio ed è estremamente faticoso, complesso, il saltare da una parte all’altra.  Ergo, a livello di linguaggio bisogna proporre agli studenti naturalisti solo quelle cose che sono necessarie, senza banalizzare o indebitamente semplificare, ma, inevitabilmente, scegliendo l’essenziale.  Questo mi sembra importante davvero, perché è fatale che, per effettuare una sintesi, sia necessario prima fare una analisi, dalla quale procedere in base ad una scelta: questa realtà di base di tutta l’esperienza umana, lo scegliere, gioca un ruolo insostituibile anche nel campo del conoscere!  Questo è veramente il livello al quale “si parrà la nostra nobilitate”.  Non possiamo continuare semplicemente ad aggiungere. Le stelle continueremo a conoscerle, ma bisogna che ci sia un momento di sintesi che ci porti a comprendere meglio questo enorme accatastarsi di dati, che altrimenti risulterebbero inutili.  Quindi termini-chiave e concetti-chiave dai vari campi: questa dovrebbe essere la preparazione propedeutica del buon naturalista, senza alcuna specializzazione in alcun campo che non sia generale!

 

Il secondo problema (e questo me lo sento proprio “peso”, addosso) è quello dei docenti: non possiamo continuare a dire tutto ai ragazzi pretendendo che tutto sappiano!  Io, seguendo la zoologia, mi ricordo di essere stato assai polemico con il mio docente, perché ci faceva tutta la zoologia del suo maestro più quella della sua cultura!  Io dovrei aggiungerci altri 20 anni e, a questo punto, i ragazzi cosa potrebbero assimilare della zoologia?  Come, dunque, essendo un docente, sarebbe mai possibile esimersi da quella necessaria incombenza che è lo scegliere ciò che sarà oggetto dell’attenzione e dello studio (in ultima analisi, della formazione) degli studenti?  In questo processo di scelta è importantissimo il processo di distinzione tra la “fetta” culturale centrale (soggetta a pochi mutamenti) e quella fetta in divenire che è estremamente importante specialmente a livello di integrazione naturalistica.  Quindi dalla grande quantità di dati che ognuno di noi ha in memoria (la sua cultura personale) è essenziale che riesca ad estrarre il nucleo: io, ad esempio, non posso insegnare per esteso e in modo esaustivo tutti i Cirripedi: che significato avrebbe?  Se lo studente diventerà persona cui potrà servire conoscerli esaurientemente, se li studierà da solo, avendo appreso all’Università non solo a farsi le proprie idee, ma anche la propria cultura!  Io devo piuttosto dargli il significato generale del cirripede nel quadro più ampio del mondo animale, in quella fase evolutiva dei crostacei: quindi è essenziale lo studio selettivo ed è essenziale l’azione del docente che riesce a scegliere dalle sue innumerevoli nozioni solo ciò che gli sembra essenziale per la formazione e l’informazione degli studenti!

 

Ecco che qui, di nuovo, entra in ballo la serietà, il coinvolgimento, la capacità del singolo ed ecco che, di nuovo, l’imperativo categorico “meritocrazia” torna ad essere un’esigenza primaria nella scelta delle persone!  Non si può certo dire per legge “tu devi fare solo questo e questo!”, è estremamente difficoltoso e sarebbe, in più, pericoloso, anche da un punto di vista culturale generale: le diverse scuole, infatti, non potrebbero avere tagli culturali diversi e ciò è invece estremamente importante, vitale, foriero di crescita umana e scientifica, garanzia di dialettica!  Proposti dunque linguaggio-chiave, termini-chiave e informazione-chiave, credo che si debba ora giungere al cuore del problema: lo scienziato naturalista dovrà avere (a partire da queste informazioni-chiave) la capacità di arrivare a possedere un quadro conoscitivo unitario, unificante e, pure, tutt’altro che specialistico e specializzato!  Egli deve giungere a costruire un telaio agile, di parti essenziali, che possa poi integrare tra loro e con nuova informazione, ma solo in un secondo tempo, nel momento cioè, in cui realmente gli sia richiesto.  Non è possibile che io come scienziato naturalista riesca ad essere un ottimo matematico, fisico, chimico, biologo, paleontologo, geologo: non è possibile, né, d’altra parte, è necessario.

 

Fatalmente, ci sarà chi è portato all’analisi e chi è portato alla sintesi.  Chi fa scienze naturali (voglio sperare) sarà portato alla sintesi, perché, e ciò è importante, sarà portato a privilegiare non tanto le singole parti, quanto piuttosto le relazioni tra le parti (retroazioni, controlli...) come livello specifico del suo interesse.  Lo sviluppo ad esempio (questo vale per un organismo, ma vale anche per Gaia) è fatalmente il divenire contemporaneo di strutture che potrebbero sì anche essere autonome, ma che, di fatto, non lo sono: il fatto di essere interdipendenti, il fatto di essere cresciute come tali, come le influenza, come le cambia?  È questa l’attività precipua, caratteristica dello scienziato naturale.  Dunque, sul telaio conoscitivo fattosi nel corso degli studi, il naturalista deve ragionare in termini di dinamica delle parti con grande capacità e potenza!  Però c’è anche una seconda fase che deve caratterizzare un naturalista, ed è quella dell’essere propositivo.  Propositivo perché deve sia proporre sistemi di analisi nuovi, sia individuare parti nuove, sia individuare possibilmente soluzioni!

 

Un naturalista vero ... non può certo essere solo teorico.  Allora questo cosa implica?  Implica che la conoscenza debba essere accuratamente dosata in modo da non tarpare la fantasia.  Io credo che ciascuno di noi conosca tante persone, attive in campo scientifico, la cui attività principale è quella di fare bibliografia e ripetere su nuovi organismi ciò che è stato già fatto su altri.  Non che in questo modo di agire ci sia alcunché di perverso; certo è che del naturalista creativo nulla conserva chi agisce così!  Ovviamente allarga il sapere umano, però, fatalmente, non fa fare salti qualitativi al conoscere!  Sono convinto che naturalista dovrebbe dirsi solo colui che sceglie la professione di “genio”, colui che dopo aver letto un testo di astronomia ed uno di entomologia dice: “ma guarda buffo!  C’è quell’animaletto che è fatto così, c’è quella stella che è fatta cosà, chissà che non ci sia una correlazione?” e giunge su questo a proporre un nuovo modo di vedere il mondo!

 

Ho detto le cose estreme, lo capisco perfettamente: ciò tuttavia non toglie che sia “veramente vero” che il Naturalista non possa perdersi nel dettaglio, mentre deve essere ben capace di interfacciare linguaggi, mentalità e informazioni estremamente diverse.  Quando facevo Scienze Naturali (allora i compagni del Liceo mi chiamavano il “tuttologo”!) ero molto orgoglioso del fatto che, almeno nelle linee generali, riuscivo a seguire proficuamente ragionamenti di colleghi di medicina, geologia, fisica, chimica, veterinaria, agraria ...!  Ancor oggi, quando riesco ad uscire dal Laboratorio per stare nella natura, provo una soddisfazione immensa (anche in termini estetici ...!) se capisco una certa interazione tra substrato e relative forme di vita, o riesco a cogliere il perché di una certa erosione, o della forma di un albero, o a prevedere dove potrò trovare la tana di quel certo animale!  Questo deve essere in grado di fare il naturalista come sua attività di base: l’attività di sintesi e di correlazione trasversale del conoscere.

 

La conoscenza non deve mai interferire con la sua fantasia e neppure con la sua curiosità.  E la curiosità, ho l’impressione, siamo anche noi docenti a limitarla un po’: quando uno studente viene fuori con un’osservazione assolutamente fuori posto, chi non gli dice: “ma cosa dici! ma non capisci!”, ricoprendolo di ridicolo, anche se bonariamente?  E questo poveraccio conclude: “forse, la prossima volta sarà meglio starsene zitti!”.  Ecco, a questo bisogna stare attenti, ad essere disponibili ad ascoltare sempre anche la cosa apparentemente più sciocca, perché se quella certa ragazza l’ha proposta, vuol dire che nella sua struttura logica e conoscitiva aveva senso e, pertanto, io ho il dovere di chiarire, non di stroncare!  D’altra parte, se poi, invece, fosse vero?  Devo dire onestamente che tante volte proprio alcune osservazioni sballate, mi hanno fatto fare pensate veramente interessantissime.  Ecco quindi il naturalista come formatore di un habitus mentale peculiare e non certamente come ingurgitatore di dati, che “sa tutto”!  Dopo aver detto tutte queste cose, mi sento di attaccare allo scienziato naturalista il cartellino proposto per Gaia.  Gaia in realtà è un’ipotesi in cui vien fatta convergere una terminologia nuova, frutto delle più diverse discipline: colui che studia Gaia è il “geofisiologo”.

 

Quindi si torna alla affermazione di Hutton del 1788 “bisogna studiare la Terra mediante la sua fisiologia!”, riuscire a proporre e a integrare modelli nuovi.  Qui avevo un esempio che sarebbe meglio saltare; ve lo racconto in due parole perché a me è costato lacrime e sudore, sangue direi quasi.  Visto che ero un naturalista così entusiasta, la mia nemesi storica mi ha portato a incontrare il Prof. Nobili, il mio grande amore, non lo nascondo: l’unico neo era che lavorava sui protozoi.  Ora un povero cristo, che è innamorato di geologia, ecc., finire a lavorare sui protozoi ... beh, cominciamo.  Per vari anni mi è toccato fare il biologo sensu stricto (come si scambiano le informazioni i protozoi?); temi molto interessanti, però per me poco seducenti.  Poi, piano piano, man mano che “si distraeva il Capo”, mi è riuscito di recuperare un aspetto più naturalistico di questi organismi unici: mi sono messo a fare (udite, udite!) l’etologia di queste bestie, e apparentemente con ottimi risultati.  E ora, ultimamente, siamo al massimo: ho recuperato anche l’ecologia dei protozoi.  E perché è il massimo?  Perché io, nel ’70, convinsi il Prof. Nobili a farmi da relatore di tesi su un argomento quasi “pornografico”, a quell’epoca: “l’inquinamento delle acque interne”, che a me piaceva molto.  Lui, per la verità, mi dette un ottimo spunto e costante e capace supporto, poi però il tutto fu perso, per motivi storici.  Ora l’averlo recuperato mi soddisfa molto, perché, secondo me, questa è un’attività eminentemente naturalistica, soprattutto trattandosi di organismi così poco seducenti... (voglio dire che chi studia le farfalle è compreso e invidiato da tutti, ma chi studia i protozoi...

 

Vedevo gli occhi dei figlioli, “ma te quali animali studi?  I protozoi, e che roba è? Cosa gli racconto io ai miei compagni di scuola? ... I protozoi”).  Una cosa veramente pornografica!  Sostanzialmente però questi protozoi sono i primi eucarioti, sono gli unici esseri in cui una cellula convive con un organismo nello stesso essere vivente, hanno numeri di Reynolds piccolissimi, cioè vivono in un’acqua che, per noi, sarebbe viscosa come il miele. I protozoi sono in sostanza organismi paradossali, che vivono in un mondo assolutamente paradossale e che, nello stesso tempo, giocano nelle catene trofiche acquatiche un ruolo talmente centrale, che si dice che “il ciliato sostenta la balena”!  Perché questa chiusa così personale e “protozoologistica”?  Beh, perché sostanzialmente volevo fare una conclusione dotta: i figlioli crescono, studiano filosofia adesso, e così mi sono rimesso a leggere Aristotele: in una pagina di estremo interesse del testo “Le parti degli animali” quel vecchio filosofo della natura finiva così: “Perfino in quegli esseri viventi che non presentano attrattive sensibili al livello della osservazione scientifica, la natura che li ha forgiati offre grandissime gioie a chi li sappia comprendere, a chi sappia vederne le cause, sia cioè autenticamente filosofo”.  Cioè, io aggiungerei, autenticamente naturalista.

 

N.d.R. L’articolo è una rielaborazione dell'intervento pubblicato in Didattica e divulgazione naturalistica in Italia. Atti del convegno Marzo 1990 a cura della Provincia di Lucca

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1992, 5 (2), 5-9.