ISTITUTI TECNICI E DI INSEGNAMENTO SCIENTIFICO. ALCUNE NOTE DI ATTUALITA’ E DI CONNOTAZIONE STORICA

 

Vittorio Telmon

Dipartimento di Scienze dell'Educazione, Bologna

 

In un suo recente intervento riguardante gli "indicatori" riducibili ad espressione numerica (ma non solo essi), in relazione all'efficacia dell'insegnamento scolastico, A. Visalberghi affermava tra l'altro, riferendosi alle ricerche IEA (International Associaton for the Evaluation of Educational Achievement):

"Per quanto concerne la preparazione scientifica, alla prima rilevazione effettuata nel 1970, seguì anche in Italia una seconda rilevazione IEA (Second International Science Study, SISS) che venne effettuata nel 1983.  Anche tali risultati riuscirono di grande rilevanza, nonostante apparissero in certo modo ambivalenti, fino al punto di disorientare un po’ le relazioni della stampa e dei mass-media: essi mostravano infatti che l’Italia da un lato aveva migliorato notevolmente la sua preparazione scientifica anche a livello di scuola secondaria superiore, ma dall'altro continuava a collocarsi all’ultimo posto tra le nazioni a sviluppo avanzato che avevano partecipato all'indagine.  In questo caso tali risultati venivano definiti solo in base alle medie nei punteggi grezzi ottenuti nei bridge-items (22 quesiti che ricorrevano identici nelle due rilevazioni); era necessario utilizzare congiuntamente anche un indicatore d'altro tipo: l"indice di scolarizzazione" relativo alla classe di età considerata.  Da un lato infatti si poteva parlare di un miglioramento considerevole dei livelli di preparazione in Italia, nonostante la media della rilevazione 1970 e quella della rilevazione 1973 fossero approssimativamente le stesse, solo perché l’indice di scolarizzazione era nel frattempo aumentato dal 16 al 34 per cento.

 

In effetti la preparazione scientifica del 16 per cento migliore nel 1983 risultava di quasi una deviazione standard superiore a quella del 16 per cento scolarizzato nel 1970.  Per quanto concerne la comparazione con gli altri Paesi, per Chimica e Biologia le medie dei punteggi grezzi italiani ad un confronto immediato non si collocavano all'ultimo posto, ma se si teneva conto che al tasso del 34 per cento di scolarizzazione corrispondono negli Stati Uniti, Canada e Finlandia tassi di scolarizzazione del 60/90 per cento, si doveva concludere che il 34 per cento con i migliori risultati in tali paesi realizzava certamente medie superiori alla nostra.  In generale risultavano dunque contemporaneamente vere le seguenti due affermazioni: la preparazione scientifica scolastica in Italia era notevolmente migliorata, ma l'Italia continuava a collocarsi buona ultima in Fisica, Chimica e Biologia in confronto a tutti gli altri Paesi culturalmente ed economicamente avanzati" [1]. 

 

Il tema dei livelli di efficacia dell'insegnamento scientifico in Italia non è una questione di oggi, in quanto testimonianze di esso si trovano nelle pagine di tutti i tempi da l’unità nazionale ed anche prima; vi si mescolano problematiche di carattere culturale ma anche di carattere istituzionale, per cui scienza e tecnologia non hanno avuto posizioni di rilievo nella scuola Italiana.  Di fatto i recenti risultati offerti da qualche inchiesta paiono ripetere tradizionali rilievi, mentre tuttavia mettono innanzi a qualche elemento da considerare con attenzione.  Nel confronto con altri paesi, sembra che il nostro brilli meno per quanto riguarda la scuola secondaria, mentre le condizioni sono più accettabili per quanto riguarda la scuola di base; che la preparazione scientifica riveli le più gravi insufficienze, mentre più valida pare l'opera di formazione relativa al settore umanistico-letterario, ciò sempre a grossi insiemi di dati, significativi anche se interpretati con qualche disinvoltura.  Pare poi che in Italia, ma non solo fra noi, una tradizionale visione di interessi caratterizzi l'impegno ed il risultato scolastico dei due sessi: le ragazze, nella media dei risultati, figurano in posizioni più alte nel settore delle "lettere", pare che in particolare la costruzione dei testi scritti riveli doti più valide da punti di vista diversi nelle femmine della stessa età; per i risultati relativi agli insegnamenti scientifici la palma toccherebbe, nella media, ancora ai maschi (ma pare che le femmine riescano meglio se isolate dalla competizione con l'altro sesso); fino a che punto un costume sociale, un pregiudizio può essere complice di un risultato, ed ancora prima di un atteggiamento verso le diverse forme del sapere?  La nostra curiosità di gettare uno sguardo sulle condizioni degli insegnamenti scientifici nelle scuole italiane (la posizione in media più alta, ad esempio, degli studenti dei tecnici industriali nel confronto, attraverso prove comuni, con gli stranieri può essere indotta principalmente dalla consuetudine altrove scarsa e "mediata", con i laboratori?), trova già una seppure soltanto parziale risposta nella registrazione dei dati offerti dai "Giochi della Chimica 1988", pubblicati sul numero di settembre di Chimica nella Scuola [2].

 

La competizione-inchiesta operata in settori diversi dell’istruzione, biennio (classe A), triennio (classe B), specializzazione in chimica (classe C), con prove diversamente calibrate (e concepite in relazione ai differenti livelli di apprendimento), offre di fatto un quadro sulla condizione, molto eloquente, dell'insegnamento della chimica, ove nei risultati generali si rilevano le disparità tra regioni del nord (in favore di queste nella maggiore parte dei casi) e del centro-sud (con qualche meno parallelo risultato per la classe B, triennio).  Per quanto riguarda le disparità tra istituti dei livello secondario (elemento più interessante per il nostro argomento), nel biennio emerge la consistenza assai più elevata degli apprendimenti acquisiti nei tecnici industriali che lasciano a distanza gli altri istituti tecnici, essendo praticamente assenti i licei; nel triennio si assiste ad un vero capovolgimento, ove vanno in testa i licei scientifici, ma dove il "classico" è nettamente superiore agli istituti tecnici pur presentandosi a distanza dall'altro tipo di liceo; nella categoria delle specializzazioni in chimica ove emergono maggiormente gli allievi delle scuole sperimentali, i tecnici industriali sono di fatto in testa ma con risultati meno apprezzabili in chimica organica.  I risultati sono significativi anche in relazione alla tanto discussa, auspicata o temuta riforma: se si tratta di avvicinare maggiormente i vari tipi di istituto del livello secondario, tuttavia mantenendo curricoli differenziati (specialmente nel triennio "di specializzazione"), una reale e coerente presenza degli insegnamenti scientifici nel biennio forse può trovare un confronto più significativo con il biennio degli I.T.I.; ma qui ed ancora più per l'ultima fase dell'insegnamento secondario, resta l'esigenza di chiarire il rapporto tra scienza e tecnica, anche nella "cultura scolastica", senza voler stabilire comparti-stagno o giocare sulle parole, ma senza neppure evitare di chiarire i termini del problema che riguarda la formazione, prima della carriera di lavoro (ed in questa prospettiva può valere il confronto con i risultati acquisiti nei licei scientifici ! ); e ciò senza eludere il problema delle motivazioni, le prospettive in direzione della collocazione sociale e nel lavoro.

 

Sta di fatto che l'istruzione tecnica ricetta la metà dei nostri giovani che frequentano l'istruzione secondaria.  Su di essi pende una storia più che centenaria che va meditata, e forse anche discussa.  In fondo il relativo successo, sul piano della fruizione sociale, di questa istituzione, in tempi di scolarità nel livello secondario, si può spiegare sulla base della sua relativa "medietà" tra licei e professionali, nella convinzione della facoltà di mediazione tra formazione e lavoro, al fine di una, giudicata dai più "opportuna", collocazione sociale che non rappresenti una soluzione di rinuncia per i cosiddetti "ceti emergenti".  Forse all'atteggiamento delle scuole e dei docenti, che prima di ogni altro le rappresentano potrebbe valere la lettura di contributi che ci offrano lo specchio della condizione scolastica, anche al di là dell’efficacia dei risultati, presso tipiche istituzioni del settore istituti tecnici, facendo il punto sulle condizioni in cui essi operano (spazi, attrezzature, competenze, utenti del servizio); e CnS potrebbe impegnarsi ad ospitare un'inchiesta (in particolare per quanto riguarda la specializzazione in chimica), la quale potrebbe in particolare offrire notizie sull'uso di fatto dei laboratori e/o sulle iniziative di incontro operativo con la realtà della produzione e dei consumi, con la società civile in generale, anche limitandosi al ritratto di qualche importante istituzione.  E chiaro che abbiamo in mente soprattutto da una parte gli I.T.I., dall'altra i docenti di discipline scientifiche e tecnologiche, ed i loro collaboratori ma non solo, ove presidi e docenti di ogni disciplina si siano sufficientemente identificati con l’équipe di un curricolo specifico come quello del perito chimico.

 

Eppure, anche senza pretendere qui di "teorizzare" sui termini cultura e scienza, e su formazioni liceali, tecnica e professionale (non siamo affatto disposti a rispolverare espressioni come quelle di "licealità" o magari "tecnicità", da porre accanto a quella di "professionalità"), non pare fuori luogo chiarire almeno qualche aspetto essenziale di una eredità storica la quale è, per lo meno in buona parte, responsabile di certe "identità" che il senso comune, il pubblico generico, trova magari di per sé evidenti, ma che gli "esperti" contestano, anzitutto per le gerarchizzazioni, che ne sono il presupposto, tra la "cultura disinteressata" e quel sapere tutto rivolto al dominio dell'ambiente, di cui sarebbero compiici insieme scienza e tecnica, base della suddivisione dei curricoli tra loro impermeabili, ove resta il dubbio sui significati formativi che si attribuiscono alle diverse scelte culturali, quasi che non si trattasse sempre di formare uomini (e cittadini) completi, e non destinati ad "ordini diversi della società, qualitativamente disuguali".

Qualche autorevole intervento non manca, oggi come ieri, a porre i necessari distinguo tra scienza e tecnica anzitutto, anche a livello universitario, si afferma: "...mentre l'uomo della scienza si propone essenzialmente "la conoscenza" della natura, per l'uomo della tecnica quel che conta è "l'intervento" sulla natura in vista di un determinato fine, ossia la messa a punto di un processo di intervento relativo alle necessità dell'uomo.  La tecnica deve presupporre la scienza e, pur distinguendosi da essa, la prolunga e la completa; e acquista, proprio per l'intimo legame con le necessità dell'uomo, connotazioni di profonda concretezza.  Inoltre potendo trattarsi di un qualunque processo naturale, animato o no, sul quale può essere attuato l'intervento della tecnica, anche a questa compete un orizzonte proprio vastissimo, per cui, ad esempio, gran parte della medicina e dell'economia appartengono alla tecnica come l'ingegneria" [3].  Il discorso qui sembra lasciare spazi di dignità ad ambedue le direzioni dell'attività umana (e della sua possibile formazione), che enfatizza l'uno o l'altro polo.  Ma poco innanzi lo stesso autore rivela un pericolo, per altro connesso alla cultura del "convenzionalismo" (cioè di quello stretto "pragmatismo" che, in fondo, tende ad identificare le due forme d'impegno), mentre affaccia un'esistenza:

"sussiste il fatto che ...l'uomo della tecnica è sostanzialmente impreparato a ragionare criticamente di cultura e che la tecnica è suddivisa in una miriade di frammenti non rispondenti ad un disegno generale, principalmente a causa del convenzionalismo.  A tale proposito è assai poco probabile che l'uomo in generale possa essere messo in grado di parlare dei misteri dell'universo.  Ma ritengo che assai utilmente possa venire sensibilizzato, specialmente a livello della scuola, ai problemi etici connessi soprattutto con le sue attività, e che per trattare dei rapporti della tecnica con la cultura, nonché di quelli più delicati con la morale, conoscenze scientifiche e tecniche non guastino anche per chi, sul versante filoso-fico, voglia a giusto titolo trattare di morale".

 

Comunque fin dall'origine della tripartizione tra scuole umanistiche, tecniche e professionali, gioca una scelta di natura sociale, per altro collegata a vicende storiche, in parte certo a tutti note, su cui ci limitiamo a riferire qualche documento autorevole del passato.  Anzittutto la legge Casati del 1859, che regolava il sistema di istruzione, trattava degli Istituti tecnici negli articoli 45 e segg., ove emblematicamente si diceva: "L'istruzione tecnica ha per fine di preparare all'esercizio di alcune professioni.   È impartita nell'istituto tecnico."  Più eloquenti le proposizioni dettate dal competente ministero (si trattava allora del Mistero dell'Agricoltura, Industria e Commercio), che nel 1869 così recitava: "Quanto al metodo si vuoi proclamare altamente che l'insegnamento tecnico deve essere essenzialmente sperimentale ed induttivo, prendere le mosse dai fatti e quelli accuratamente osservare e descrivere, passar dal noto all'ignoto, e per mezzo dell'induzione sollevarsi via via alle generalità ma senza iscompagnarle mai dalle applicazioni loro alle arti ed alle industrie.  Colui che dettasse nell'istituto le medesime lezioni o simiglianti a quelle che si fanno nei licei o nella Università, avrebbe mal compreso il suo compito e devierebbe gli scolari dall'acconcio sentiero" [4].  Dunque, annota qui Giovanni Genovesi, "più che all’acquisizione di una mentalità formata dai modelli di ricerca delle discipline di cui si prescrive l’insegnamento, si mira direttamente all'apprendimento di regole ritenute valide per essere tradotte quanto più possibile immediatamente nella pratica.  Si vogliono dare non degli strumenti concettuali, ma delle norme applicative, dei prodotti pronti per l'uso, senza spingere gli allievi ad indagare quale siano stati i processi che hanno permesso di raggiungerli".

Nonostante tale condizione di inferiorità culturale, occorre considerare, anche nell'oscillazione di questo settore scolastico tra i due estremi (umanistico e professionale), per cui la vicenda degli sviluppi e della dirigenza ministeriale, che oscilla tra il mondo produttivo e l'istruzione, con momenti diversi, tra impegno della comunità ed attribuzione alla periferia della società di spese e di vigilanze, la sua posizione importante, quasi di nerbo dello sviluppo – che contrassegna particolarmente le regioni del Nord del Paese – per la sua funzione di formazione di una gioventù rivolta all'incremento della produzione, dell'economia, dell'amministrazione fornendo i quadri medio-alti che hanno in un certo periodo goduto di reale prestigio.  Ma per quanto riguarda la formazione, al di là della concessione puramente funzionale di un sapere tecnico, che per altro rileva i limiti culturali del progressismo imbevuto dal più generico positivismo, gli istituti tecnici, benché in condizioni di relativa debolezza, non hanno ignorato l'aggancio con le culture nazionali e straniere, con un orizzonte storico, con possibili richiami etico-politici, comunque "umanistici", di diritto ed economia, quali sono stati interpretati da figure che hanno caratterizzato,specie nel passato, queste scuole. 

 

Ma una nota ignorata è quella del monte ore della scuola italiana, per due terzi occupato da discipline tecnico-professionali, quindi caratterizzanti in buona parte, se non le vette, certo la consuetudine prevalente dell'istruzione secondaria nei decenni dopo l'unità [5].  La vicenda più tipica è poi quella delle sezioni tecnico-industriali, che il sistema centralizzato trova difficile governare secondo linee di specializzazione numerose o poche, che si caratterizza per la maggiore vicinanza con la relativa istruzione professionale (di tipo dunque prevalentemente esecutivo), che è ora sconvolta dagli sviluppi della tecnologia, ove il settore informatico rappresenta una chiara nota dei tempi, ove è di attualità il tema dell'accesso favorito anche al sesso femminile, questione di grande peso ormai in tutt’Europa e che richiederebbe un discorso a parte [6].

Fedele al tema propostomi, dopo questa non semplice carellata vorrei terminare mostrando come, oltre le pressioni socio-culturali a cui si è accennato, il tema della didattica delle scienze possa costituire un elemento di ripensamento dello stesso rapporto tra cultura umanistica, tecnica e scientifica.  Come ammoniscono varie voci significative in proposito, proprio all'atteggiamento generale di cultura del professore di discipline scientifiche e tecnologiche è affidata l'esigenza di una ripresa che costituisce anche un opportuno rimescolamento delle carte: si tratta di un aggiornamento del "costruttivismo" in campo cognitivo, con il parallelo richiamo al "contesto" personale e storico, che tendono ad offrire spazi diversi di collegamento con la psicologia dell' età evolutiva e con forme "istituite" del sapere, che si pongono fuori dal pregiudizio, dogma della peggiore scuola di scienze, che ha preteso muovere unilateralmente o dall’empiria più volgare, o dalla teoria più lontana dalla concretezza reale.  Si tratta, anche a livello di competenza culturale del professore, di promuovere un incontro più aggiornato e produttivo con le attuali istanze della società [7].

 

Bibliografia

1. A. Visalberghi, Le variabili centrali di un sistema nazionale di analisi del prodotto scolastico, Scuola e città, 1989, 9, 407.

2. D. Perugini, G. Innorta: Giochi della chimica 1988: analisi, dei risultati, CnS, 1989, 2, 19.

3. P. Pozzati: "Responsabilità etiche e riflessi sulla formazione culturale dei giovani, Alma mater studiorum Università di Bologna, 1988, 1, 31.

4. G, Genovesi, Istruzione tecnico-professionale e scuola elementare. Manuali di lettura e prospetto formativo nell'Italia liberale, Ricerche pedagogiche, 1989, 9, 25.

5. Per la vicenda dell'istruzione tecnica nella secondaria italiana ci limitiamo ad indicare: C. G. Lacaita, Istruzione e sviluppo industriale in Italia 1959-1914, Giunti-Barbera, Milano, 1973; V. Telmon, La scuola secondaria (vicenda e documenti), La Comunità Scolastica, CIRSE, Roma, 1971; E. Bosna, G. Genovesi, L'istruzione secondaria superiore in Italia da Casati ai nostri giorni, Cacucci, Bari, 1988.

6. Si veda tra l’altro: Istituti tecnici industriali e nuova secondaria superiore, UCIIM, Roma, 1981; Donne a scuola in Europa, CISEM, Milano, 1989.

7. Si vedano ad esempio: S. D'Agostino, Scienza e insegnamento: il problema della cultura scientifica, La ricerca, Loescher, Torino, 1988; G. Cavallini, Insegnamento scientifico e processi cognitivi, Scuola e Città, 1989, 8, 321.

 

 

Pubblicato originariamente su La Chimica nella Scuola, 1990, 1-2, 6-9. Riprodotto con l'autorizzazione del Prof. Pierluigi Riani, direttore di CnS.