PARLAR BENE DI LAMARCK

 

Bianca Isolani Manachini

 

Perché parlare di Lamarck?  Probabilmente esiste un solo caso di scienziato ormai morto da gran tempo citando il quale, allo scopo di riconoscerne almeno parzialmente i meriti, si rischi di essere guardati con sospetto ed immediatamente tacciati di abissale ignoranza.  Questo scienziato è il francese J.B. Lamarck (1744-1829).  E tuttavia quasi nessuno ha letto le sue opere, tradotte parzialmente solo negli ultimi venti anni e pochissimo diffuse, come del resto alcuni ottimi saggi sul suo lavoro, dovuti anche a scienziati e storici italiani.  La differenza di trattamento tributato a Lamarck rispetto a quello riservato ad altri scienziati più o meno antichi è palese.  Se si cita Spallanzani è per mettere in evidenza l’importanza dei suoi esperimenti sulla possibilità o meno dell’abiogenesi, e a nessuno verrebbe in mente di ricordare in modo sarcastico che egli riteneva che il figlio derivasse esclusivamente dall’ovulo della madre, mentre lo spermatozoo serviva solo per "avviare" il processo, ipotesi a suo parere convalidata da molti esperimenti compiuti mettendo le mutandine ai maschi di rana.

 

Se si cita Darwin, nessuno spregia la sua intera opera per il fatto che egli era un accanito sostenitore sia dello sviluppo dell’organo con l’uso (per cui pensava addirittura che un pollice amputato potesse ricrescere), sia dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti, per dimostrare la quale aveva elaborato una complessa teoria: la pangenesi.  Invece sul lavoro di Lamarck, e addirittura su tutta la personalità dello scienziato, si compie spesso non una valutazione storica, ma un’operazione di terrorismo ideologico del tipo: "Credere oggi nel lamarckismo equivale a credere che la terra sia piatta...  Nonostante questo il lamarckismo continua ad esercitare il suo fascino sui profani..." (Ruse).

 

Questo terrorismo ideologico funziona tanto bene che persino Stoele, il biologo australiano che recentemente ha ipotizzato e provato a dimostrare la teoria dei caratteri acquisiti "per abitudine" sulle cellule del sistema immunitario, prende le distanze dalle idee di Lamarck e scrive: "la posizione di Lamarck appare oggi in larga misura ingenua e fuorviante".  Sui testi di biologia per le scuole superiori lo scienziato francese viene trattato in genere in modo molto sbrigativo e talvolta inesatto, quando non palesemente irridente, mentre riprendendo un’idea largamente diffusa nel mondo anglosassone tutto il merito della scoperta dell’evoluzione va ... all’inglese Charles Darwin.

 

Quest’idea è del resto diffusa da fonte molto autorevole.  L’estate scorsa, a Londra, visitando il Museo di Storia Naturale (che fa parte del British Museum ed è, quindi, uno dei più importanti del mondo), sono rimasta stupita proprio dalla carenza di prospettiva storica con cui viene divulgato questo problema.  La sala dell'evoluzione inizia con una grande, bianca statua di C. Darwin vecchio, con in mano la sua opera, cui si dà ampio risalto nelle vetrine esplicative, senza metterne in luce tutte le parti "lamarckiane".  Si dà anche risalto a come quest’opera sia stata diffusa nel mondo ad opera di altri grandi scienziati, mentre ben poco viene detto sugli scienziati precedenti, tra cui è citato il nonno di C. Darwin, il medico evoluzionista Erasmus Darwin.  C. Darwin sembra quasi un fiore spontaneo germogliato nel deserto, eventualmente fertilizzato con "concime" di famiglia.  Neppure si fa cenno al fatto che nel suo famoso viaggio sul Beagle, C. Darwin, che era partito estremamente ignorante (l’affermazione è sua), studiava e classificava molte specie animali servendosi della monumentale opera sistematica di Lamarck "Storia degli animali senza vertebre" (scritta dal 1815 al 1822).  In quest’opera venivano analiticamente esposti sia il concetto di trasformazione dei viventi, sia i possibili meccanismi implicati in essa.

 

Così, dopo aver ricordato brevemente i primi scienziati assertori della teoria della trasformazione dei viventi, vorrei riassumere i punti fondamentali dell’opera di Lamarck, allo scopo di metterne in luce la grande validità, tenendo ovviamente conto dei limiti storici.  Una più approfondita conoscenza del pensiero di Lamarck può essere ottenuta utilizzando i testi riportati nella bibliografia; nel mio lavoro (citato) ho anche approfondito le motivazioni che hanno portato alla emarginazione ufficiale di questo scienziato, sebbene le idee di trasformazione delle specie continuassero, nascostamente, a fare proseliti.

 

Breve storia dell'idea di trasformazione delle specie

La teoria che gli organismi complessi potessero derivare da organismi semplici, a loro volta originati per generazione spontanea dalla terra sembra – almeno in Grecia, da cui in buona parte deriva la nostra scienza – precedere nel tempo la teoria che tutte le specie si originino dalla terra le une separatamente dalle altre e che rimangono costanti nel tempo (fissismo scientifico).  Uno dei primi evoluzionisti fu probabilmente Anassimandro di Mileto (611, circa 541 a.C.), che scriveva riferendosi alla specie umana:

"Le creature viventi nacquero dall’elemento umido, quando fu evaporato dal sole.  L’uomo in principio assomigliava ad un animale, e più precisamente a un pesce ... all’origine l’uomo nacque da animali di un’altra specie, perché, mentre gli animali si nutrono da soli, l’uomo ha bisogno di un lungo periodo di allattamento.  Se fosse stato al principio com’è ora, non sarebbe sopravvissuto ... in origine gli esseri umani sono nati da pesci, simili a squali, e quando furono capaci di difendersi furono gettati sulla terra".  Tuttavia l’ipotesi fissista fu quella che trovò maggior credito e si diffuse nel mondo antico.  Quando poi, dopo il IV secolo d.C., la religione cristiana divenne dominante, il fissismo scientifico divenne fissismo religioso: l’unica ipotesi ammessa, anche nei testi scientifici, era che le specie avessero avuto origine le une separatamente dalle altre per creazione divina.  Di "evoluzione" non si parlò più per secoli.

 

All’inizio del 1600 l’italiano G.C. Vanini sostenne la derivazione degli organismi più complessi dai più semplici, ma venne arso vivo sulla piazza di Tolosa.  Anche la biologia ha quindi i suoi martiri ma, chissà perché, essi, a differenza dei fisici, non vengono mai ricordati.  E tuttavia, con la scoperta di un sempre maggior numero di fossili (l’Italia era all’avanguardia in questo senso), con la scoperta di nuove specie animali in America del Sud, che mostravano molte somiglianze con le specie del vecchio continente, con la scoperta delle concordanze geografiche (coste della Guinea e del Brasile), l’ipotesi di un mondo in continua, lenta trasformazione cominciava sempre più a farsi strada.

 

Nella metà del 1700 il francese Buffon, nella sua opera "storia naturale", che si diffuse ampiamente, sostenne in modo molto cauto una derivazione dei viventi gli uni dagli altri, derivazione che egli chiamò "degenerazione", poiché probabilmente non poteva essere ammessa l’idea che le specie animali, create direttamente dalle mani divine, potessero aver bisogno di "perfezionarsi" evolvendosi.  Tuttavia questa ipotesi, pur espressa in modo parziale, fu condannata dalla facoltà di Teologia della Sorbona e, in una successiva edizione dell’opera, Buffon fu costretto a ritrattare (1773).

 

Anche il medico inglese E. Darwin, nonno del più celebre Charles, era un evoluzionista che, nella sua opera "Zoonomia" sostenne la derivazione degli organismi "da un unico filamento vivente", che veniva man mano complicandosi nel tempo.  Anzi E. Darwin audacemente ipotizzò un’antichità della terra "di milioni di anni", rispetto alle pochissime migliaia di anni che in genere venivano ammesse.  Da alcuni era anche stata avanzata l’ipotesi di una derivazione dell’uomo dalle scimmie, che del resto anche Linneo, pur assertore di un fissismo religioso, considerava talmente simili agli umani da aver posto tali organismi insieme all’uomo nell’ordine dei Primati, togliendo l’uomo da quel regno a parte in cui si era collocato; ma non fu seguito in questo: l’uso del Regno dell’Uomo è stato mantenuto in molti testi delle scuole superiori fino agli anni '60 di questo secolo.  Di evoluzione in genere non se ne parlava: questo argomento veniva conosciuto solo dagli studenti delle facoltà scientifiche-naturalistiche o di filosofia.

 

L'opera di Lamarck

A Lamarck erano note le idee di Buffon, che conosceva anche personalmente (era stato precettore del figlio).  Egli aveva inoltre compiuto molti studi in molte branche della scienza: botanica (sua è l’invenzione delle chiavi dicotomiche per il riconoscimento delle specie), chimica (benché apprezzasse ed utilizzasse le "nuove" idee sull’esistenza degli atomi e delle molecole, fu sempre un assertore del flogisto), zoologia (pose le basi per la classificazione degli invertebrati), e persino metereologia.  Era cioè il tipico scienziato enciclopedico, come molti nel 1700 e 1800.  Fu probabilmente proprio la vastità della sua cultura che gli permise di compiere un’ardita sintesi e di arrivare ad affermare la trasformazione dei viventi non come un’ipotesi, ma come un fatto che bisogna giocoforza accettare, alla luce della ragione.  Il tipo di ragionamento usato da Lamarck, e le osservazioni su cui si basa, sono documentati in molte e molte pagine.  La struttura generale assume comunque la forma di un sillogismo che a mio parere può essere riassunto così: Tutto in natura nel tempo si trasforma.  Gli organismi fanno parte della natura.  Gli organismi nel tempo si trasformano.  In particolare dalle argomentazioni di Lamarck si possono ricavare, semplificando, dieci punti.

 

1) Gli organismi più semplici hanno avuto origine, per generazione spontanea, da adatti raggruppamenti di atomi posti in adatte condizioni ambientali.  Descrive comunque un’ipotesi di origine della vita di sorprendente modernità: nelle acque e nei luoghi umidi, per semplice agglutinazione di molecole, si formano dei corpi gelatinosi; per azione di forze elettriche, magnetiche, o della luce, gli interstizi che si formano tra le molecole potrebbero venire ingranditi, formando delle cavità particolari.  Le parti più vischiose potranno diventare delle membrane di queste cavità, che acquistano così una sorta di tensione, che determina a sua volta un turgore (oggi si potrebbe dire pressione osmotica) essenziale perché l’organismo in via di formazione possa approvvigionarsi dall’esterno, con molecole simili a quelle che lo hanno prodotto.  In questo modo il corpo gelatinoso si accresce e, arrivato al limite di rottura, si riproduce dividendosi in due o formando delle gemme.  Oggi la maggior parte degli scienziati ritiene che la vita sia sorta per generazione spontanea di organismi eterotrofi e la riproduzione si sarebbe instaurata proprio quando, a causa della grandezza raggiunta dalla cellula, il trasporto delle sostanze sarebbe risultato troppo lento.  Attualmente su tutto questo è possibile discutere a livello molecolare; resta un dubbio: origine mano o polifiletica degli organismi?  La maggior parte degli scienziati propende, similmente a quanto ipotizzato da Darwin, per l’origine di tutti i viventi da un solo organismo; i viventi quindi sarebbero tutti imparentati.  Altri, come sostiene L. Margulis, propendono invece per l’ipotesi che i viventi attuali possano derivare da gruppi diversi di procarioti, originatisi separatamente.  Sarebbero questi affascinanti argomenti da discutere a scuola.

 

2) Dagli organismi più semplici hanno avuto origine gli orgarganismi più complessi.  Non esistono per Lamarck altre ipotesi alternative.  La vita è un fenomeno talmente complicato (secondo lui l’uomo non riuscirà mai a produrla in laboratorio) che non è possibile presumere che organismi complessi possano prendere direttamente origine da aggregati di molecole.  Lamarck ipotizza che gli organismi complessi siano fatti da molte "vescicole", ma non arriva mai ad una "teoria cellulare", che verrà elaborata da altri proprio quando egli era alla fine della sua vita.

 

3) Non esiste una "scala della natura"; non c’è parentela tra piante ed animali e forse anche gruppi molto diversi di animali hanno avuto origine da organismi semplici diversi: per es. vertebrati ed artropodi sembrano avere ben poco in comune.  Attualmente questa ipotesi sembra suffragata da molti fatti, anche di ordine biochimico e si sta lentamente diffondendo.  Nella classificazione a cinque regni piante, funghi e animali si fanno originare da gruppi diversi di protisti, a loro volta originati da organismi procarioti differenti; d’altra parte oggi si ritiene che vi siano state diverse linee evolutive sia nell’ambito degli animali che delle piante.

 

4) La vita ha un’intrinseca tendenza alla complicazione, per cui nell’ambito di ciascun gruppo c’è una lenta evoluzione che porta ad organismi sempre più complessi (api e formiche tra gli insetti, polpi tra i molluschi).  Anche oggi ciò è confermato dall’osservazione.  La frase di Lamarck: "La vita tende alla complicazione" fu (ed è) criticata come qualcosa di avulso dalla scienza che riporterebbe la biologia nel campo della metafisica; eppure in tutti i libri di fisica si legge che nell’universo c’è una "tendenza al disordine" (misurata dall’aumento dell’entropia) frase che non fa gridare nessuno allo scandalo.

 

5) A parità di materiali e di condizioni, la vita si manifesterebbe sempre con le stesse modalità; ciò non avviene a causa del "potere delle circostanze" sempre diverse.  Si producono perciò da aggregazioni di atomi diversi organismi molto semplici sempre un po. diversi gli uni dagli altri, da cui si originano organismi più complessi, tra loro differenti.  Oggi è preferita l’idea degli organismi tra loro imparentati, perché originati da un unico progenitore; tuttavia la considerazione dei viventi come prodotti storici irripetibili è largamente accettata.

 

6) La chiave per costruire una classificazione veramente naturale degli organismi è "l’ordine di formazione"; in natura prima compaiono gli organismi più semplici poi i più complessi.  Secondo Lamarck una classificazione naturale non è che lo "schizzo", largamente imperfetto, ma sempre mogliorabile, tracciato dall’uomo "del cammino seguito dalla natura nel dar luogo ai suoi prodotti".  È noto che attualmente la classificazione è basata sul criterio ologenetico, introdotto proprio da Lamarck.

 

7) Anche l’uomo, come qualsiasi altro animale, ha avuto origine da organismi più semplici e, poiché quelli a lui più affini sono le scimmie, anche loro dotate di intelligenza, sia pure in grado inferiore, gli antenati dell’uomo vanno ricercati in qualche scimmia ancestrale.  Secondo Lamarck qualsiasi specie di scimmia che "impari" a liberare le mani dalla locomozione ed acquisisca un’andatura bipede potrebbe arrivare a gradi di intelligenza paragonabili a quelli umani.  Ciò a suo parere viene impedito dalla persecuzione attuata dalla nostra specie sulle altre ritenute inferiori, tutte, come la specie umana, in continua, lenta "trasformazione".  Lamarck non usò mai la parola "evoluzione" poco usata anche da Darwin, ed entrata nella dizione comune solo alla fine del 1800.  La teoria di Lamarck venne chiamata "trasformismo".  Oggi orango e gorilla rischiano l’estinzione, come del resto tutti i popoli della terra che sono rimasti alla preistoria e che o riescono ad integrarsi alla svelta nel nostro tipo di civiltà, percorrendo di colpo oltre 2000 anni di storia, oppure, come si legge in molti testi, "sono destinati a scomparire", come per un destino ineluttabile.

 

8) L’intelligenza non è altro che l’esplicarsi di fenomeni naturali basati su reazioni chimiche e su "fluidi sottili" che si svolgono nell’organo del pensiero, cioè nel cervello.  Ogni animale vertebrato è dotato di un certo grado di intelligenza.  Tutta la moderna neurologia e tutta la psicologia comparata dei vertebrati sono basate su questo assunto.

 

9) L’uomo non rappresenta, per la natura, alcun fine (la natura non ha fini), non è il Re del Creato, ma solo il più evoluto tra i vertebrati, in particolare tra le scimmie.  Oggi, anche in molti testi per le scuole superiori, si legge che la specie umana è stata l’ultima a comparire e, dopo di allora, l’evoluzione è cessata.  Naturalmente ciò non può essere sostenuto scientificamente: molte specie sono comparse dopo la nostra, ad esempio tutti i parassiti della nostra specie, problema già affrontato anche da S. Agostino nel IV secolo d.C., che ammetteva, per questi organismi, una sorta di "evoluzione".

 

10) Il cervello, come qualsiasi altro organo, si sviluppa con l’uso.  Per Larnarck le classi subalterne restano tali non perché gli individui appartenenti ad esse abbiano potenzialmente meno intelligenza, ma perché non li si fornisce di un’istruzione adeguata, l’intelligenza quindi non si sviluppa; così le classi dominanti perpetuano nel tempo il loro dominio.  Oggi abbiamo le prove di quanto ciò sia vero: quando gruppi ritenuti inferiori accedono all’istruzione le differenze di rendimento intellettuale scompaiono rapidamente sia che si tratti di aborigeni australiani, negri,.. o donne!

 

La rivoluzione lamarckiana

Per Lamarck la società è corresponsabile dello sviluppo intellettuale degli individui (i quali hanno comunque il dovere di approfondire sempre più le loro conoscenze).  Lo sviluppo intellettuale, ottenuto in particolare con le discipline scientifiche, dovrebbe essere contemporaneamente sviluppo etico.  In modo molto illuminista Lamarck pone un binomio inscindibile tra sapere e sviluppo dei principi etici.  Questa idea non si diffuse e neppure oggi ha molto campo.  Anzi, l’idea che non la società, ma l’individuo, e solo esso, è responsabile delle sue azioni, senza nessuna attenuante di ordine sociale, percorre tutto l’Ottocento.  Nei romanzi che ben riflettono la mentalità dell’epoca, come quelli di Dickens, di Hugo, o di De Amicis, i buoni sono assolutamente buoni per natura, conservando il loro irreprensibile comportamento anche in mezzo alle più spaventose difficoltà, mentre i malvagi sono irrimediabilmente malvagi, destinati alla dannazione eterna.  Molto spesso si scopre poi che i buoni particolarmente buoni, intelligenti ed abili erano stati rapiti in tenera età ... da qualche famiglia nobile.  Potenza del "sangue"! (allora non si parlava di geni).

 

Lamarck fu conscio dell’originalità del suo pensiero e di quanto poteva risultare male accetto alla maggioranza.  Scriveva infatti: "I viventi e i fenomeni che sono loro propri debbono essere oggetto di una nuova disciplina, della quale io ho gettato le basi, e che designo con il nome di Biologia".  All’epoca lo studio dei viventi era considerato una branca della Fisica.  "Sono stato il primo a stabilire queste verità (l’origine e la trasformazione degli organismi) in un’epoca in cui la vita era descritta come un principio, un archè, come un’entità".  Egli pensava che il suo pensiero avrebbe faticato molto a farsi strada.  "Tanto poco può la ragione, quando deve combattere contro idee radicate, contro ciò che si è sempre pensato, contro pregiudizi di chiara origine."  E tuttavia era molto ottimista: quella che lui chiama "la forza delle cose" si impone, ad un certo punto, alla mente e "costringe" gli uomini appena un poco onesti a rivedere le proprie idee.  Lui stesso dichiara di essere passato dalla credenza della fissità delle specie alla costatazione della loro trasformazione, dimostrata inequivocabilmente dalla "forza delle cose".  Per Lamarck la trasformazione delle specie, che noi oggi chiamiamo evoluzione, non è né un’ipotesi né una teoria, ma un fatto che la ragione deve obbligatoriamente accettare, alla luce di tutti i reperti provenienti dai vari settori della scienza, interpretati secondo la logica.

 

Solo oggi, e non da tutti, si comincia ad ammettere che l’evoluzione è un fatto, intendendo scientificamente come "fatto" un argomento definito teoricamente, su cui esiste il massimo numero di prove sperimentali e che non ammette, al momento, ipotesi alternative.  Sussiste peraltro ancora una grande confusione: in molti testi, o addirittura nello stesso, l’evoluzione è talvolta presentata come teoria, talaltra come fatto.  Lamarck fu quindi lo scopritore del "fatto evolutivo", su cui si basa tutta la biologia moderna.  La "rivoluzione biologica" non fu quindi darwiniana, come comunemente si sostiene, ma lamarckiana.  Mi astengo in questo scritto dal parlare della "querelle" relativa ai caratteri acquisiti "per abitudine", non solo per ragioni di spazio, ma soprattutto perché non ritengo sia questo il reale motivo per il quale Lamarck è stato censurato e dileggiato.

 

L’ipotesi dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti, del resto già presente nelle opere di Buffon e di E. Darwin, fu abbondantemente ripresa da C. Darwin e non scandalizzò nessuno.  Come si vede anche dagli scritti di Canestrini, il traduttore italiano di Darwin e a sua volta valido scienziato (scrisse un libro sull’origine dell’uomo nel 1866, cinque anni prima che Darwin pubblicasse il suo testo sull’argomento), l’ipotesi era addirittura considerata ovvia.  I motivi dell’ostilità al pensiero di Lamarck furono di ordine religioso e sociale.  La teoria della trasformazione dei viventi, estesa all’uomo, poneva seri problemi di interpretazione della Bibbia, non del tutto risolti neppure oggi, ma che in momenti storici o in ambienti in cui l’interpretazione letterale è prevalente sembrano del tutto insolubili.

 

Con le nuove scoperte di biologia l’uomo, collocato dalle scoperte dell’astronomia in un punto qualsiasi dell’universo, non risultava neppure nato perfetto, a immagine e somiglianza di Dio, ma anzi veniva man mano "perfezionandosi".  Il terrore per questo nuovo modo di intendere i viventi è ben esplicitato nella prefazione di una Bibbia del 1821: gli scienziati che parlano sull’origine della specie in modo diverso da quanto espresso dai testi sacri "sono un’intera legione di demoni, usciti dall’abisso infernale, che urlano contro il cielo".  È del resto ben noto che la chiesa cattolica solo nel 1950 rese "liberi" i fedeli di parlare dell’evoluzione, definita come ipotesi, "a condizione però che sia ben ritenuta la creazione speciale dell’anima da parte di Dio, e che sia conservata la più grande moderazione e cautela".  È ben noto anche che i cristiani fondamentalisti e i Testimoni di Gehova non ammettono ancora l’evoluzione.  Un modo nuovo di cominciare ad interpretare il mito del peccato originale tenendo conto del "fatto evoluzionistico" si trova solo in studi teologici abbastanza recenti.

 

Quanto ai motivi sociali sussistono largamente anche oggi.  Sappiamo che dei 5 miliardi e 280 milioni di persone oggi viventi sulla terra, oltre 1 miliardo e 200 milioni sono privi non solo di qualsiasi istruzione, ma si trovano sotto i livelli minimi di sussistenza; restano perciò in posizione subalterna.  Dal "capire" scientificamente i problemi scaturiscono anche problematiche morali che evidentemente ... è più comodo non porsi.  Le società opulente (come i ceti privilegiati cui si riferiva Lamarck) preferiscono accantonare la comprensione scientifica o posticiparla quanto più si può.  Si riporta che sulla tomba di Lamarck una delle figlie esclamasse: "Il futuro ti riva utero, padre mio!"  Questo scritto è un piccolo contributo affinché quel futuro sia oggi.

 

Bibliografia

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Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1990, 3 (3), 5-8.