CONTRO IL NARCISISMO DELLE TEORIE INTERPRETATIVE

 

Francesca Civile

 

Diversi antropologi americani stanno lavorando sulle conseguenze che alcune ipotesi metodologiche di S. J. Gould possono avere sulle loro ricerche, relative all’origine delle strutture statuali nelle società primitive.  In effetti, in particolare il libro di Gould “La vita meravigliosa” [1] offre molti spunti di utile riflessione a chi si interessi, per lavoro o semplicemente per ovvio coinvolgimento umano, di storia.  Gould esplicita questo lato dei suoi interessi scientifici in molti modi: innanzitutto esponendo la vicenda dell’interpretazione dei fossili di Burgess in forma narrativa, poi confrontando esplicitamente il modello standard di “scienza forte” (tipo la fisica) con quelli considerati via via più “deboli” (perché meno rigorosi, non predittivi, poco o per niente suscettibili di verifica sperimentale; l’esempio più chiaro è appunto la storia); infine interpretando storicamente, con notevole finezza, le ragioni storiche (personali, sociali, culturali, psicologiche, politiche) che possono aiutarci a capire come mai lo scopritore del giacimento di Burgess fraintese il significato dei suoi oggetti di studio, come mai gli stessi oggetti furono interpretati in modo del tutto diverso negli anni ’60-’70, e quali potrebbero essere i motivi per cui questa vicenda – che ha un grandissimo significato potenziale per la conoscenza paleontologica, oltre che per la riflessione su come si costruiscono e si trasformano le interpretazioni scientifiche- non abbia suscitato finora la discussione che ci si sarebbe potuti aspettare.

 

Sarebbe troppo lungo entrare nel merito di tutti gli aspetti della questione, per cui mi limiterò a toccare tre punti principali sui quali mi sembra che gli spunti proposti da Gould meritino un ripensamento dal punto di vista della storia, intesa sia come disciplina che si impara a scuola, sia come nostro modo generale di interpretare, e di raccontarci, in modo più o meno esplicito e consapevole, le vicende del passato più o meno prossimo, a partire dai canali di informazione pubblici e privati di cui è prodigo il tempo in cui viviamo.  Primo punto: chissà perché la didattica delle discipline scientifiche non prevede in nessun modo l’insegnamento del risvolto storico di queste discipline, nemmeno di quelle più legate alla storia, come la geologia, la paleontologia, la zoologia postdarwiniana.  È evidente che, nell’attuale struttura oraria e dentro gli attuali programmi (ma quelli formulati in vista della riforma hanno lo stesso limite) non ci sarebbe tempo di affrontare una faccenda ampia e complessa come la storia della scienza.  Fermo restando il fatto che orari e programmi oggi lasciano molto a desiderare, non solo per questa ragione, è probabile che alcune vicende molto significative, qualche importante crisi e cambiamento di paradigma, conosciute anche nella accattivante modalità della narrazione storica che Gould usa, ad esempio, in questo libro, potrebbero servire a interiorizzare, in modo realmente formativo, alcuni aspetti del metodo e degli stessi canoni del pensiero scientifico, che restano, di norma, estranei e non funzionanti nella consapevolezza degli studenti, anche di quelli che le scienze le studiano.

 

Una piccola, ma interessante indagine pubblicata su questa rivista [2] segnala un notevole disagio, da parte degli studenti di un Liceo scientifico, nel loro rapporto con la cultura scientifica, contrapposta in forme assai rigide e discutibili, nella sua “freddezza” ed “estraneità “, a una visione altrettanto discutibile, tutta “romantica” della cultura “umanistica” (letteratura, storia ecc; tutte le discipline, cioè, che nella scuola italiana vengono insegnate con un taglio esclusivamente storico; e anche su questo ci sarebbe da discutere).  Una conseguenza di questo modo di vivere il rapporto con la cultura scientifica è il fatto che tutti quegli elementi di razionalità, di tolleranza, di spirito critico, di rifiuto del dogmatismo ecc, che dovrebbero essere un contributo importante fornito da queste discipline alla formazione generalmente “umana” dei ragazzi, si perdono; e, parallelamente, spesso la “cultura umanistica” viene valorizzata e interiorizzata soprattutto per i suoi aspetti più divergenti: individualismo, primato della spontaneità, sentimentalismo, fruizione del tutto privata e quasi incomunicabile dei prodotti, e così via: in una generale regressione romantica che ben si lega a questi tempi postmoderni.

 

Forse un approccio alle teorie e ai problemi scientifici che includa qualche assaggio di storicizzazione, che mostri le condizioni culturali e materiali in cui sono maturate le fantomatiche “grandi scoperte”, e la dialettica tra teorie e visioni del mondo diverse che entra in gioco nell’interpretazione, non potrebbe contribuire ad avvicinare la problematica scientifica a quella storicistica (con indubbio reciproco vantaggio), e al mondo interiore dei ragazzi?  Secondo punto: il racconto e le riflessioni di Gould sono tutti percorsi da una grande attenzione al significato teorico dei modelli.  Egli illustra, riproduce e commenta gli schemi grafici più comuni utilizzati a diversi livelli di divulgazione per mostrare l’evoluzione; e giustamente osserva che questi modelli (il cono rovesciato, l’albero di Natale, la scala ecc.) non sono semplicemente degli espedienti di scarsa importanza per “visualizzare” una teoria, e renderla così più immediatamente accessibile e comprensibile ai profani, ma sono anche una proiezione inconscia, potremmo dire, delle implicazioni e dei presupposti che la teoria stessa ha nella testa degli scienziati; “tradiscono il loro carattere sovradeteminato”, dice Gould, cioè determinato da fattori extrascientifici.  Così si scopre che le immagini “sbagliate” rispetto alla teoria darwiniana sono, per lo più, sbagliate nello stesso modo: c’è una forzatura in direzione della coerenza e unilinearità del processo evolutivo, che diventa “progresso” tout court, e che ovviamente vede come suo culmine la comparsa dell’uomo.

 

Ma né l’illusione antropocentrica né l’esaltazione ideologica del progresso hanno niente a che spartire con la teoria scientifica dell’evoluzione, con i suoi presupposti fattuali e con l’interpretazione rigorosa di questi ultimi; hanno invece una stretta parentela con le condizioni culturali e ideologiche, e perfino politiche, dell’epoca in cui l’evoluzionismo si affermò nel secolo scorso, e, presumibilmente, (visto che questo tipo di errori di rappresentazione arrivano fino ai nostri giorni) con alcuni bisogni, in senso lato psicologici, di rassicurazione e di autostima dai quali lo scienziato, in quanto essere umano, non è ovviamente immune, ma che tuttavia, in quanto scienziato, dovrebbe riconoscere e tenere consapevolmente separati dall’enunciazione di teorie.  Questo genere di proiezioni è facilmente rintracciabile nella storiografia, ad esempio nella costruzione di quadri statistici, dove la scelta delle voci da quantificare spesso risponde a esigenze di tipo extracognitivo, prevalentemente pratico, e spesso è distorta o limitata da domande mal poste; e soprattutto è presente nel linguaggio.  Anche il linguaggio, quello delle scienze come quello della storia, è un tipo, più astratto, di immagine in cui si rappresentano i concetti; e, più dei concetti, risente dei condizionamenti che lo sguardo di una cultura, o di una ideologia, o di una singola personalità , impone al campo di indagine, ritagliandolo già a priori in base ad aspettative, timori o speranze che non possiamo pretendere di escludere dalla produzione intellettuale, ma che è bene siano riconosciuti e riconoscibili.

 

Nel paradigma flessibile della conoscenza storica sappiamo quali aberrazioni abbia prodotto, nella periodizzazione, nella selezione degli argomenti, nella interpretazione e nella presentazione stessa dei fatti la enorme sopravvalutazione che per un secolo e mezzo è stata fatta, in Italia, del Risorgimento, e in Francia (nonostante siano stati storici francesi a inventare e divulgare il modello, del tutto diverso, della microstoria) della Rivoluzione francese.  Eppure è evidentissimo che dietro queste scelte ci sono state delle motivazioni di ordine praticopolitico, nei casi peggiori addirittura propagandistico.  E se volessimo supporre, benevolmente, che questo genere di “sovradeterminazione” è residuo di un passato nazionalistico, ormai superato, è di queste settimane la notizia -non saprei se più drammatica o più ridicola- che nelle scuole dell’URSS, almeno per quest’anno, sono stati eliminati i testi di storia e non si insegnerà nessun genere di storia, dato il grave imbarazzo congiunturale in cui le singole repubbliche si trovano nella scelta di quale mai storia dovrebbero propinare ai ragazzi: nazionale o generale, condita da quali giudizi di valore?  Nella situazione paradossale indotta da eventi certo molto accelerati, e spiazzanti, è evidente il poco conto in cui si tiene il contenuto conoscitivo e formativo della storia rispetto a una funzione strumentale di propaganda, che certo deve essere stata molto pesante nel passato sovietico oggi rinnegato, ma c’è da temere, con queste premesse, che non vada a migliorare granché nell’immediato futuro.

 

L’attenzione ai veicoli rappresentativi (linguaggio, immagini, schematizzazioni grafiche di ogni genere) è particolarmente importante quando si lavora con concetti scientifici (inclusi quelli storici, o filosofici, o letterari) nella scuola, perché ovviamente nella mediazione didattica il peso di questi strumenti di divulgazione è più forte, e il rischio di produrre deformazioni è molto maggiore.  Lo scienziato, o lo storico che utilizza documenti di prima mano, ha molte più possibilità di controllo delle mediazioni, ha quindi (dovrebbe, almeno, potrebbe avere) un atteggiamento più autonomo e critico rispetto a ragazzi per la maggior parte dei quali quasi nessuna delle discipline scientifiche studiate a scuola diventerà una professione in cui muoversi in modo consapevole, attrezzato e responsabile, ma resterà una cornice interpretativa più o meno vaga, e più o meno distorta, in cui inserire, per interpretarle e valutarle, le informazioni cui saranno esposti per tutta la vita: le vicende internazionali e le ideologie politiche come le risorte e proliferanti credenze magiche.  Infine, sullo specifico terreno del metodo della conoscenza storica.  Va detto che Gould non millanta credito quando discute e suggerisce alcune sue convinzioni e riflessioni in questo campo, perché giustamente estrapola il paradigma dell’interpretazione storica a partire dal lavoro, a lui noto, sulla storia della terra e delle specie viventi.

 

Un ambito che certo appartiene alla scienza, ma che indubbiamente ha uno statuto teorico molto diverso da quello della fisica e più simile – per certe forme di flessibilità, per la sua dipendenza dal verso della freccia del tempo, per la necessità di una ricostruzione congetturale di eventi non riproducibili in laboratorio ... – alla storia delle società umane.  Certo, l’accostamento che viene riproposto nell’ultimo capitolo del libro tra eventi della storia umana ed eventi della storia naturale è ardito; nel complesso, le osservazioni sulla guerra di secessione americana convincono meno del solido lavoro di storia della scienza, e delle stesse congetture teoriche che l’autore propone in altre parti del libro.  Il limite sta nel fatto che, impegnato a sostenere le proprie tesi, Gould finisce col sottovalutare – ma lo sa, e avverte il lettore – la diversità fattuale degli oggetti di indagine nei due casi, dovuta essenzialmente alla diversa dimensione dei tempi geologici rispetto ai tempi della storia umana e al peso totalmente diverso che acquistano, nei tempi corti di quest’ultima, fattori come la decisione umana, che sono in una certa misura più facilmente interpretabili rispetto alle loro condizioni esterne (economiche, politiche, culturali ecc.) di quanto non lo siano le condizioni degli eventi geologici.  Ci sono due elementi essenziali nella proposta di metodo storiografico che emerge dal libro: una (prevalente nella discussione esplicita sulla storia) è un’ipotesi contingentista; l’altra emerge dall’insieme del lavoro, ed è, all’incirca, una critica del soggettivismo implicito, e a volte non consapevole, che spesso vizia le teorie che vantano maggiori pretese di obiettività e neutralità.

 

I due aspetti sono collegati tra loro, ma possono aprire direzioni di riflessione parzialmente divergenti.  Che i fatti debbano prevalere sulle ipotesi di partenza, e che i fatti – quelli storici come quelli fisici, con la cautela detta sopra- abbiano un loro carattere irriducibilmente contingente (cioè, entro certi limiti, casuale e non prevedibile, che non deve essere forzato o distorto per poter entrare dentro una teoria preesistente) è cosa abbastanza ovvia per lo storico come per lo scienziato.  Gramsci raccomanda continuamente che non si può e non si deve “mettere le brache al mondo”, operazione assai praticata dalla storiografia positivista, e anche da molti sostenitori troppo ligi della concezione marxista della storia, oltre ché comune e diffusa in ambito idealista.  La storia e la storiografia, come discipline autonome, che riflettono sul proprio metodo, e quindi con pretese di rigore scientifico, si costituiscono in pratica intorno al romanticismo e all’idealismorazionalismo di Hegel.  Ne dipendono tanto la storiografia materialista di Marx e Engels quanto lo storicismo tedesco di fine secolo e le posizioni idealistiche di Croce e seguaci.  Purtroppo, almeno nella prima metà dell’Ottocento, la costituzione della storia come scienza avviene in Europa in un contesto culturale che tende a contrapporre le scienze dell’uomo a quelle della natura, e spesso a subordinare queste ultime alle prime, in base a categorie di valore legate al fallimento della rivoluzione francese, e alla svalutazione di tutto l’armamentario ideologico (illuminista, scientista, newtoniano) che l’aveva accompagnata.

 

Questo insieme produce una cultura storica media che utilizza gli aspetti più estrinseci di “rigore” delle scienze fisico-matematiche, applicati a concetti del tutto privi di rapporti con la fattualità e ricchi invece di determinazioni incontrollabili di valore (soggettive, propagandistiche, poetico-letterarie ...).  A livello del senso comune ne derivano concezioni del tutto prive di validità conoscitiva, ma assai forti nell’immaginario: la storia è tutta razionale, è la realizzazione stessa di valori assoluti; gli eventi sono concatenati tra loro, prima e dopo vuol sempre dire causa e effetto; si parte da un fatto, per lo più recente, che viene assunto come valore in base all’orientamento contingente di una nazione, di un gruppo di potere o di qualcos’altro, e si va all’indietro per ricercare, con gran dispendio di energie e di retorica, antecedenti, premesse, anticipazioni.  L’operazione non si conclude con la rivolta antihegeliana del positivismo: il darwinismo sociale, che giustifica il conflitto tra gli stati, la lotta di classe, e infine la guerra come strumento di “selezione naturale” dei gruppi e degli individui più forti, ricicla i peggiori difetti dell’idealismo storico.  L’apparente esaltazione del “fatto” rispetto alla razionalità astratta è semplicemente l’assunzione del fatto stesso, dell’evento singolo (opportunamente selezionato) a criterio ultimo di razionalità.  Chi ha vinto aveva ragione già prima, era certamente superiore, per questo ha vinto: è la logica dell’imperialismo che si propone come interpretazione scientifica e razionale del reale.

 

Il meccanismo è lo stesso della tautologia ricordata da Gould, nell’ambito della discussione sull’evoluzionismo: “sopravvive il più adatto” finisce col significare semplicemente “sopravvive chi sopravvive”.  E, a parte il giudizio etico o politico che se ne possa dare, è una dichiarazione di fallimento delle capacità cognitive, anche se mascherata.  Enunciata in termini volutamente semplificati e un po’ brutali, può sembrare che la concezione deterministica della storia contro cui Gould polemizza non abbia nessuna capacità persuasiva; eppure perfino un individuo dotato di grande spirito critico, di orientamento progressista e democratico, come Francesco De Sanctis (sulle cui tracce si è costruita la maggior parte della storiografia letteraria italiana, specie nei manuali scolastici) dipende da quella impostazione, proprio negli aspetti più discutibili (e pochissimo discussi) delle sue scelte e delle sue “rimozioni”.  C’è un altro aspetto rischioso, che ci interessa assai da vicino, in questa impostazione della storia.  Dopo una lunga, e sacrosanta, lotta contro il nozionismo, spesso noi insegnanti ci ritroviamo,un po’ per stanchezza, un po’ per paura di ricascarci, a forzare a nostra volta i contenuti di conoscenza che proponiamo dentro schemi deterministici (in senso lato), dove tutto deve essere consequenziale, tutto deve “tornare come in un grande mosaico”.  Ci sembra che in questo modo lo studente eviti di imparare a memoria nozioni slegate, e impari a “ragionare”.

 

Come se il ragionamento dovesse prescindere dai fatti, dalla pluralità degli ambiti conoscitivi e dei punti di vista, o dovesse necessariamente pacificarsi nella contemplazione di un’unità trascendentale non contraddittoria del sapere, che non si è ancora mai data al mondo, e che certo è difficilmente proponibile in tempi di necessario e stringente confronto multiculturale.  C’è tuttavia un aspetto, o un sospetto, nell’impostazione contingentistica di Gould, che può allarmare coloro che più si preoccupano di salvaguardare il senso e la validità della conoscenza storica, in polemica con un’impostazione relativistico-qualunquista che ha avuto grande fortuna nei primi decenni del ‘900.  All’epoca la contingenza (delle leggi della natura, oltre che della storia) è diventata per parecchio tempo la bandiera di un filone irrazionalista della filosofia e storiografia francese e tedesca; e senza voler stabilire connessioni troppo forti di causa-effetto, l’affermazione del totalitarismo negli anni trenta e seguenti non si può scindere del tutto dall’ondata irrazionalistica che li ha preceduti, nella cultura “alta”.  Tuttavia mi sembra che il discorso di Gould non sia ambiguo da questo punto di vista: la sua idea di contingenza non è un’idea relativista, non è rinuncia alla comprensione teorica e all’interpretazione razionale.  Ci sono livelli diversi in cui legge e contingenza incidono in proporzione diversa.  Si potrebbe addirittura -forzando un po’ il testo – concludere che il territorio di dominio della contingenza è quello in cui la nostra conoscenza dei fatti, e della loro struttura nel tempo, incontra, oggi, un limite; che non è detto sia eterno e irremovibile.

 

Sarebbe davvero una rinuncia, una prova di sfiducia nelle possibilità della conoscenza, negare il limite, e fantasticare meccanismi immaginari per spiegare tutto quello che ci si presenta nella sua concretezza imprescindibile, anche quando non quadra del tutto con le nostre ipotesi teoriche.  Forse è necessario aspettare che altri fatti emergano, e riempiano i vuoti, o ci inducano a ristrutturare in parte il quadro teorico.  Gli scienziati inglesi che hanno reinterpretato correttamente la fauna di Burgess, in fondo, non avevano oggetti né strumenti d’osservazioni diversi da quelli a disposizione di Walcott, che consentissero loro di vedere in modo diverso e rivoluzionario la situazione: semplicemente “si concessero il tempo di conversare adeguatamente con i fossili di Burgess, ed erano disposti ad ascoltare ciò che i fossili avevano da dire loro” (pag. 283).  Non hanno lasciato, cioè, che le loro aspettative teoriche o ideologiche prevaricassero sui dati da interpretare.  Mi sembra un buon suggerimento di metodo, anche per lo storico.  E quest’ultimo discorso ci porta alla contestazione del pregiudizio antropocentrico, che percorre tutto il testo.  La pretesa di tutto spiegare, di interpretare l’ultimo dei risultati come il punto d’arrivo, ciò che giustifica i costi e le perdite del processo medesimo, non è una faccenda molto diversa dalla comprensibile presunzione in base alla quale lo sviluppo della coscienza (quindi l’uomo, quindi i vertebrati, quindi la vita, ecc.) sarebbe il filo rosso, il senso e il fine del processo evolutivo, e dell’esistenza stessa dell’universo.

 

Probabilmente nessuno (?) oggi si sentirebbe di sostenere esplicitamente una tesi del genere; tuttavia le tracce e le deformazioni indotte da questo tipo di sovradeterminazione compaiono nella storia dei fossili di Walcott, nell’iconografia dell’evoluzione come scala, nella concezione deterministica del programma di storia (per cui “come si può studiare l’unità d’Italia se prima non si sono fatte le guerre d’indipendenza?”).  Compaiono perfino, in modo vistoso, nel progetto internazionale delle celebrazioni per il cinquecentenario della “scoperta” dell’America.  Fortunatamente, in quest’ultimo caso, si è abbastanza consolidato e riesce ad esprimersi un punto di vista diverso, quello delle etnie che vivevano nell’America non ancora “scoperta“, e non ancora America; e dalle loro organizzazioni ci viene un importantissimo contributo a ridisegnare quell’evento, e le sue conseguenze, in modo ben più ricco e complesso rispetto a cento anni fa.  È inevitabile che chi osserva un oggetto, o un fatto, abbia un proprio punto di vista, che si esprime con un “io” o con un “noi” implicito, e facendo questo si pone in una posizione privilegiata, diventa il punto di riferimento soggettivo della conoscenza che scaturisce dal suo osservare e interpretare.  Non è inevitabile, ed è un ostacolo alla validità della conoscenza stessa, che dell’esistenza di questo effetto di posizione non ci si renda conto, che il lato di parzialità incluso in ogni acquisizione umana rimanga nascosto e fuori controllo.

 

Gould se la prende in modo particolare con la tendenza – per lo più inconscia – a porre l’uomo come centro e fine della realtà naturale.  Questa posizione è stata per secoli, in forma esplicita e con conseguenze di un certo peso nello sviluppo della scienza, monopolio della concezione cristiana del mondo.  In un’epoca abbastanza laica, come la nostra, egli ne scopre tuttavia le tracce in visioni del mondo che si presentano come scientifiche, obiettive, neutrali.  Evidentemente il vizio di pusillanimità (già enunciato da Leopardi tempo addietro), o più semplicemente un bisogno di rassicurazione e di consolazione, rendono sgradevole la prospettiva di una vicenda naturale dominata dal caso, modificata da catastrofi con effetti di decimazione cieca, in cui la vita e la coscienza a un certo punto compaiono per caso, e non per meriti speciali, e altrettanto per caso (almeno, si spera) potrebbero, a un certo punto scomparire.  Come accade, d’altra parte, per la nostra esistenza individuale. Ma non si tratta ormai più di una semplice questione di “coraggio intellettuale”.  Ragionare e fare previsioni in termini antropocentrici impliciti, senza cioè tenere nel campo la consapevolezza dei limiti (di spazio, tempo, consumo, affidabilità delle previsioni stesse) dentro i quali le decisioni umane si muovono, può diventare molto pericoloso quando si manovrano strumenti abbastanza potenti da mettere in crisi quell’intero di cui siamo parte: armi, scorie di tutti i tipi, politiche demografiche, ad esempio.  Nell’insieme, l’ottica generale proposta da Gould sembra andare in un senso che rafforza l’etica della responsabilità all’interno del lavoro teorico.  Mi sembra un fatto apprezzabile.

 

Bibliografia

1. S.J. Gould, La vita meravigliosa, Feltrinelli, 1990.

2. E. Pappalettere, La cultura, le scienze, l’anima, il corpo, Naturalmente, 2, 1991. In rete all’indirizzo http://wwwcsi.unian.it/educa/svilupc/culsciac.html

 

 

Pubblicato originariamente su Naturalmente, 1992, 5 (1), 6-10.